Intervista con Romano Guizzardi: dentro e attorno la Mota di Argelato

Romano Guizzardi ha 90 anni. E' un uomo aperto e cordiale. Per la sua cultura, sia del territorio che della sua storia, viene definito la memoria storica di Argelato.
Quando l'ho contattato per dirgli che avevo bisogno di questa sua esperienza per una ricerca sulla Mota, si è dimostrato subito disponibile.
Romano ci ha vissuto per tanti anni e la Mota è un po' come lui: un raccoglitore di storie e ricordi, un belvedere storico sugli eventi di Argelato.

La Motta di Argelato nel 1922E' un edificio così centrale, che la vita del paese "scorre" direttamente nelle case di quanti ci vivono. Romano, dalle sue finestre, ha visto ed ascoltato gli eventi principali di Argelato, in special modo quelli della Seconda Guerra Mondiale: i discorsi del Duce trasmessi in piazza, l'attentato alla Casa del Fascio, di fronte a casa, lo scoppio violento dell'ordigno che la distrusse, sbalzando alcuni soldati fascisti sul tetto ed eplodendo macerie tutto intorno o all'interno delle case più vicine.

Gli bastava attraversare la strada per recarsi al Dopolavoro ad ascoltare il Bollettino di Guerra, senza dimenticare mai di alzarsi in piedi e togliersi il cappello in segno di rispetto.
Ascoltava "Radio Londra" coi suoi amici, nonostante il divieto, perciò era necessario che qualcuno facesse la guardia fuori dalla Mota per assicurarsi che non arrivasse la ronda fascista.
Proseguendo nel suo racconto, Romano mi confessa che il giorno della liberazione di Argelato è stato il più denso di dolori per lui.
Sapevano che gli americani avevano raggiunto e occupato Bologna e ben presto sarebbero arrivati anche nelle provincie.
Era domenica, il 22 aprile del 1945. Un ufficiale tedesco si recò in bicicletta in una bottega del centro, per fare acquisti. All'improvviso, un rumore di cingoli sulla strada riempì l'aria diventando sempre più forte. Il negoziante vide che si trattava di un carro armato e chiese all'ufficiale tedesco "E' uno dei suoi quello che sta arrivando?".
L'ufficiale si affacciò alla porta dell'esercizio, sul suo viso apparve un'espressione allarmata, prese immediatamente la sua bicicletta e scappò via di corsa: era un no.
Il carro armato si fermò davanti alla Mota. Metà del paese scese in strada per vedere cosa succedeva: nessuno aveva mai visto un mezzo simile così da vicino. Un soldato americano uscì dal portellone superiore tenendo tra le mani una mappa. Romano ricorda che c'era un solo edificio segnalato sulla cartina ed infatti l'americano, col suo accento particolare, chiese: "Questa è la Mota?".
Quando glielo confermarono, il soldato si guardò attorno, poi si diresse alla Parrocchia di S. Michele Arcangelo e chiese al Parroco Don Ercole Roda di farlo salire sul campanile per ispezionare la zona dall'alto.
Presto arrivarono i rinforzi: dalla Via Canaletta cominciarono a introdursi in fila, nella via principale, mezzi corazzati, jeep, moto.
La guerra però non era ancora finita ad Argelato. Un cannone tedesco sparò 25 granate sul centro del paese.
Gli abitanti della Mota, per evitare di essere feriti dai colpi che provenivano da ovest, furono costretti a rifugiarsi sul lato est dell'edificio, proprio mentre una scarica d'artiglieria esplodeva nell'angolo della porta d'ingresso di Piazza della Libertà.
Le schegge ferirono diverse persone, tra le quali un giovane patriota, che morì poi all'ospedale di Bentivoglio.
Le altre vittime di quel giorno furono causate dalla guerra civile e dai conflitti sociali dell'epoca.

Romano non dimenticherà mai quel periodo così difficile e precario: lavoravano occasionalmente presso un campo di riparazione di attrezzi bellici dei tedeschi, oppure per l'organizzazione Todt, impresa tedesca specializzata in costruzioni di strade e ponti, che in quel periodo si era insediata ad Argelato, assumendo tutti i cittadini in cerca di lavoro e impiegandoli nella creazione di un argine anticarro lungo il Riolo. Ricevevano compensi in denaro e generi alimentari, come carne e formaggio, e a volte sigarette. Chi non fumava, le scambiava con altri generi di prima necessità.

C'erano poi i rifugi, che servivano a proteggersi da qualsiasi eventuale aggressione. Alla Mota era stato scavato un tunnel sotterraneo, al quale si accedeva da una botola sotto il secchiaio della cucina di una delle abitazioni al pianterreno. Il tunnel attraversava il cortile sud dell'edificio fornendo un nascondiglio e un'uscita alternativa nell'orto di uno degli abitanti della Mota.
Chi ci è passato ha scoperto che l'edificio poggia su una struttura di "voltini" in mattone, molti simili a quelli creati per sostenere il peso dei ponti romani. Questo fa supporre che la Mota sia stata costruita su un edificio preesistente o in tempi così lontani da giustificare la presenza di fondazioni di questo tipo.
Il tunnel ha retto fino alla fine della guerra. Successivamente, è stato ricoperto da terra, detriti, anni di inutilizzo e non è stato più accessibile, nascondendo per sempre il segreto di quanto ancora giace sotto questo imponente edificio.
Ma non continuo oltre su questo argomento, poiché vorrei approfondirlo in un prossimo articolo.

Ringrazio Romano, che ha voluto condividere le sue memorie: sono un bene prezioso per la nostra comunità, ma anche un'eredità storica della quale bisogna avere cura.


Fonte immagine collezione privata di Silvano Leprotti: un inconsueto scorcio di Argelato con il Municipio negli anni '20 del '900 e la Mota (sulla destra).


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