Ci sono luoghi la cui storia è nascosta fra i portici, nei tetti delle case, dietro una porta o una finestra, nei suoni delle stradine. Non per questo è meno affascinante, anzi. Il borgo di Minerbio, con la sua atmosfera d’altri tempi, è uno di quei luoghi che sanno sorprendere il visitatore curioso.
Me ne sono accorta in un pomeriggio d’inverno, limpido ma freddo. Passeggiavo per le strade del paese quando, arrivata in via Borgo, poco prima di avventurarmi nel cuore dell’antico castello, mi sono fermata davanti a un pannello che mostra l’aspetto del borgo nel 1733. Il prospetto venne realizzato da Bernardo Gamberini appena un anno prima che gli Isolani, signori del luogo, perdessero il feudo. Guardarlo è un modo efficace per capire fin dall’inizio quanto profondo e antico sia il legame tra il borgo e il vicino Complesso Isolani.
Un legame talmente radicato che il suo racconto si perde nella notte dei tempi.
Questo è infatti il nucleo più antico di Minerbio, quello che nacque come castello, cioè come borgo fortificato medievale. Con l’arrivo degli Isolani, a partire dal XIV secolo, al castrum Minerbii venne affiancata sul lato settentrionale la Rocca, simbolo concreto del potere feudale e punto di riferimento del territorio circostante.
Nei secoli successivi, nonostante le contese politiche e militari segnassero profondamente queste terre, gli Isolani riuscirono a ottenere diverse concessioni per il loro feudo. Tra queste la costruzione di mulini alimentati dalle acque del Savena e di una gualchiera per la battitura dei panni di lana; l’apertura di un’osteria dietro pagamento di dazi annuali sui generi introdotti; la possibilità di tenere un mercato settimanale ogni mercoledì con esenzione da dazi per le merci e immunità per chi fosse gravato da debiti; e perfino l’esenzione dai tributi per quegli artigiani che si fossero trasferiti a Minerbio per esercitare la loro attività nelle botteghe del borgo.
Nel 1561 il corso del Savena venne spostato verso occidente, determinando l’apertura dell’odierno Stradone proprio dove si trovava il vecchio alveo, che un tempo quasi lambiva le mura del castello. Anche in questo caso gli Isolani riuscirono a ottenere la concessione di derivare dal nuovo corso del fiume tutta l’acqua necessaria per i mulini e per gli altri usi della popolazione.
Nel frattempo il complesso feudale continuava a espandersi. Venne costruita la torre colombaia attribuita al Vignola (1536) e iniziato il nuovo palazzo signorile, avviato intorno al 1540 e proseguito nel 1557, anche se mai completamente terminato. La metà del Cinquecento fu anche un periodo di riorganizzazione della vita religiosa: sorse la Confraternita di Santa Maria Assunta con il relativo oratorio, la chiesa parrocchiale venne abbellita e dotata di nuovi arredi e fu istituita la Compagnia del Santissimo Sacramento. Nel 1610 sulla porta del castello venne edificata la torre dell’orologio pubblico, che ancora oggi domina l’ingresso al borgo.
Quando nel 1734 gli Isolani persero il feudo, per i minerbiesi vennero meno tutte le esenzioni fiscali, compresa la possibilità di organizzare fiere e mercati franchi. Tuttavia l’influenza della famiglia sul territorio rimase fortissima ancora a lungo, sia perché continuavano a essere i maggiori proprietari terrieri della zona, sia perché il legame costruito nei secoli con la popolazione era ormai profondamente radicato. Quando arrivarono i francesi nel 1796, Minerbio aveva già superato da oltre mezzo secolo quella condizione feudale che altrove sarebbe stata abolita solo con la soppressione generale dei feudi decretata dal nuovo regime repubblicano.
Mi dirigo verso la torre dell’orologio per avventurarmi nel borgo. Le vicende storiche da raccontare sarebbero ancora molte, ma preferisco concentrarmi su ciò che la storia più recente ha lasciato impresso nelle case e nelle vie di questo luogo.
L’Associazione Amici di Minerbio ha infatti realizzato all’interno del borgo una mostra all’aperto intitolata “Il Castello racconta”, un percorso di targhe distribuite lungo tutte le vie che mostrano fotografie d’epoca delle case e ne ricordano le attività, gli abitanti e piccoli episodi di vita quotidiana. È un’iniziativa preziosa per preservare la memoria del luogo, ed è anche la ragione per cui oggi mi trovo qui.
Alcuni punti del borgo mi colpiscono particolarmente. Poco prima dell’arco della torre, al civico 4, negli anni Trenta si trovava la Banca del Monte di Bologna. Proprio qui avvenne una rapina che rimase a lungo nella memoria del paese: i banditi arrivarono a bordo di una Balilla, partirono alcuni colpi di pistola ma fortunatamente non ci furono feriti. Si racconta che un impiegato, poi promosso direttore, si rifiutò di consegnare il denaro. Sull’entità del bottino, invece, circolarono per anni le cifre più fantasiose.
La medievale porta d’ingresso al borgo era un tempo dotata di ponte levatoio e poteva quindi permettere o impedire l’accesso al castello. All’inizio dell’Ottocento subì una ristrutturazione che comportò l’innalzamento della torre, l’installazione di un nuovo orologio e la posa di un castello in ferro battuto destinato a contenere le campane. Su un lato è ancora visibile la porta di legno che introduceva alla scala per salire in cima alla torre, oggi non più praticabile. Dalle fotografie sulla targa si scopre che intorno al 1920 il quadrante dell’orologio venne ridipinto con i segni zodiacali e che la strada era pavimentata con ciottoli regolari. Le decorazioni pittoriche sono ormai scomparse, e l’orologio e le campane non sono più funzionanti.
Non appena oltrepassato l'ingresso, osservo a destra, proprio a ridosso dell'arco, una nicchia con la statuetta della Madonna, mentre una formella con i simboli di Gesù e Maria è incastonata nel muro sulla sinistra. Molti ricordano gli anziani del Castello che mentre uscivano la toccavano con una mano e si facevano il segno di croce. Si tratta di immagini devozionali a protezione del borgo e dei suoi abitanti, con tutta probabilità collocate alla presenza della vicina Chiesa dell'Assunta, costruita quando la piccola cappella dell'Annunziata divenne troppo piccola per la Compagnia Mariana che vi si riuniva.
Proseguendo lungo via Larga Castello mi soffermo a osservare la facciata di una casa con una bella cornice marcapiano dentellata, elegante traccia dell’antico edificio. Sotto il portico, il soffitto basso con travi a vista restituisce ancora l’atmosfera dei borghi settecenteschi. Le botteghe non esistono più, ma sembra quasi di percepire ancora l’odore del legno lavorato nelle falegnamerie, attività per cui il borgo era particolarmente noto.
Subito dopo il portico si trova il civico 9/A, conosciuto da secoli come la Casa del Notaio o del Governatore feudale. L’edificio si distingue per le due arcate del portico più alte rispetto alle altre e per uno stemma misterioso sulla porta d’ingresso, di cui non si conosce l’origine. Accanto sono murate diverse formelle: il Trigramma Bernardiniano, un bassorilievo con una figura a cavallo, soggetto di ispirazione medievale, il profilo di un drago dalle ali spiegate e gli artigli in vista.
Dal Cinquecento questa doveva essere una casa di rappresentanza. Sulla facciata sventolava la bandiera degli Isolani per segnalare il mercato settimanale che si teneva proprio in questa via ogni mercoledì, esattamente come avviene ancora oggi. Negli anni Cinquanta il piano terra divenne magazzino del monopolio statale di sali e tabacchi gestito dalla famiglia Trombetti. Sotto il pavimento si nasconde invece una curiosità inattesa: una botola conduce a un piccolo vano sotterraneo con volta in mattoni e ingresso molto basso, forse una prigione ai tempi del feudo. Oggi, restaurata, serve a far invecchiare il vino degli attuali proprietari.
In fondo alla via, al civico 17, dal 1886 si trovava la tipografia dei fratelli Bevilacqua. L’edificio conserva ancora tre sale con affreschi seicenteschi a tema mitologico, segno che la casa occupava un posto di rilievo all’interno del borgo.
Arrivo infine davanti a un piccolo cancello chiuso. Dietro quel muro si trovavano gli orti degli Isolani, coltivati per buona parte del Novecento dalla famiglia Gualandi, che abitava nella vicina cà di urtlàn, la casa degli ortolani. Oltre si estendevano l’argine e il fossato che un tempo circondavano il castello, oggi scomparsi.
Una fotografia d’epoca sulla targa ricorda che proprio qui posarono i membri della Corale Pietro Neri Baraldi, fondata dal minerbiese don Corrado Bortolini. La corale animava la vita culturale del paese con concerti, operette, messe solenni, canzoni e cori natalizi per le vie del paese. Molti cantori erano canapini, contadini e falegnami del Castello, e forse proprio per questo sono ancora ricordati con particolare affetto dalla comunità.
Proseguendo verso via Conventino capisco subito l’origine del nome. Davanti a me si trova una casa rossa nota appunto come Conventino: alla fine del Seicento ospitò per qualche anno un piccolo gruppo di suore francescane. La chiesa, di cui resta l’impianto della facciata, rimase attiva fino all’arrivo di Napoleone prima di trasformarsi in abitazione. Alfredo Rambaldi, studioso di storia locale che visse qui per gran parte del Novecento, ricorda che non appena oltrepassata la soglia del civico 9, l'ingresso dell'ex convento, cominciava una lunga loggia con travi a vista fino al termine dell'edificio sul lato opposto, che andò purtroppo distrutta da un incendio poco prima della Seconda Guerra Mondiale. Dietro l'ex chiesetta si è invece conservato, chiuso sui quattro lati, un grazioso cortiletto col pavimento in cotto che probabilmente doveva essere l'antico chiostro.
Di fronte al Conventino si trova un edificio che nel Novecento ospitò diverse attività industriali: la falegnameria Villani, la tipografia-officina dei Lombardini e un’officina meccanica dove si producevano soprassuole per trattori a cingoli. Qui vennero costruite persino grandi barche. Una di queste, un cutter di diciotto metri, venne trasportata fino al mare con enorme fatica e con la scorta della polizia stradale.
Quasi al termine di via Sopra Castello incontro un altro edificio curioso. Dal 1925 ospitò un pastificio all'ingrosso fondato da Tancredi Zanetti. Al piano terra si trovavano torchi e presse, al primo piano l’essiccatoio con centinaia di telai, e all’ultimo il granaio per le materie prime. Tancredi brevettò persino un torchio con stampo incorporato chiamato ZA.TI. Dopo la sua morte prematura l’attività chiuse. I telai passarono nel 1946 alla ditta Bertagni e i macchinari vennero venduti a peso di ferro. Molti anni dopo il granaio tornò inaspettatamente protagonista: Ferdinando Orlandi, marito della nipote di Tancredi, lo mostrò all’amico Pupi Avati, che lo scelse come set per alcune scene del film “La casa dalle finestre che ridono”. Lo stesso Orlandi vi comparve nel ruolo del maresciallo. Il granaio restaurato divenne poi una galleria d’arte, prima di tornare alla sua funzione di soffitta.
Osservando la facciata mi accorgo però di un dettaglio ancora più curioso: decine di formelle di santi e Madonne murate sulle pareti esterne. Una vera e propria collezione a cielo aperto di immagini devozionali provenienti dalla tradizione religiosa di tutto il territorio emiliano-romagnolo. Chi le ha raccolte? E quando ha deciso di collocarle proprio qui? Forse il mistero è parte integrante di questo borgo, che con i suoi simboli e i suoi dettagli continua a raccontare storie nascoste tra le pieghe del tempo.
C’è ancora un po’ di tempo prima che arrivi la sera. Continuo il mio percorso, osservando quanto resta dei capannoni industriali del Novecento situati in via Ortazzo. Mi dirigo verso via Fosse. Un tempo, al posto di questa strada, si trovavano l'argine ed il fossato a difesa del castello. Proseguendo lungo questa strada si arriva sul retro del borgo, dove si trovavano giardini ed orti e più indietro ancora campi. Chi tornava dalla campagna, almeno finché la canapa non era troppo alta, doveva avere uno scorcio bellissimo sulla parte terminale del borgo, con la Torre Colombaia. Una sorta di consolazione dalle fatiche della giornata.
Tornando verso il centro rifletto sull’impatto suggestivo che questo luogo continua ad esercitare ancora oggi, nonostante le trasformazioni profonde che il Novecento ha portato con sé.
Come ha scritto Luciano M. Rossi in "Minerbio dal Novecento ad oggi", ancora oggi "qui indugia anche un'eco – un'illusione? - di una vita semplice e condivisa, con la sua animazione quotidiana lungo le vie e sotto i portici, una volta luoghi di lavoro, di svago, di incontro per grandi e bambini".
Respiro l’aria della sera mentre le prime luci del borgo si accendono. Attraverso di nuovo l’arco della Torre dell’Orologio e penso che nessuno sa davvero cosa possa aspettarlo oltre un portico, dietro una porta o all’angolo di una strada.
Il borgo di Minerbio è un raccoglitore di storie: alcune scritte nei libri e nei documenti, altre affidate ai simboli, alle insegne, ai dettagli architettonici che attendono soltanto qualcuno disposto a notarli. Ogni visitatore può scoprire qualcosa di diverso, fermarsi davanti a un particolare che altri magari non vedono, immaginare la vita che un tempo animava queste vie.
È forse proprio questo il modo migliore per visitarlo: senza fretta e senza un percorso troppo rigido. Lasciandosi guidare dalla curiosità, cambiando strada all’improvviso, tornando sui propri passi, fermandosi sotto un portico o davanti a una targa.
Probabilmente troverete indizi e storie tutte vostre.
E se alla fine avrete l’impressione di non aver visto tutto, tanto meglio. Sarà una buona scusa per tornare a passeggiare ancora tra queste vie.
Il tempo è la cosa più preziosa che esista. Sta a ognuno di noi decidere se dedicare anche solo una piccola parte ad imparare qualcosa di nuovo e a lasciarsi guidare dalla curiosità.
Fonti:
- "Il Castello racconta" – percorso storico realizzato dall'Associazione "Amici di Minerbio" realizzato per le strade del borgo e disponibile anche online.
- Minerbio dal Novecento a oggi – a cura di Carlo De Maria, collana OttocentoDuemila (Roma, BraDypUS, 2017) – Il Castello di Luciano M. Rossi, pagg. 169/171.
- Dal Santerno al Panaro a cura di Cesare Bianchi – Vol. III – Proposta edizioni Bologna (1987) – Pagg. 147/150.
- Il borgo – Comune di Minerbio
- Il complesso di Rocca Isolani di Minerbio: un gioiello storico nel cuore della pianura bolognese – Storiedipianura.it
- I luoghi della Casa delle finestre che ridono – Talesofwonder.it







