Questa è una storia che comincia e finisce sui binari. O meglio, le storie sono tante ma si concatenano tutte lungo un percorso che va dalla Bolognina a Porta Galliera di Bologna, luoghi noti per essere stati il fulcro di una rinascita industriale, di storie dal sapore un po' macabro e oscuro e di antiche battaglie nel secolo che ha portato all'Unità d'Italia. Non siamo in tanti a ritrovarci in questa serata post-ferragosto, ma siamo curiosi. E questa è un'ottima ragione perché il percorso abbia inizio.

Passeggiata serale alla BologninaIl nostro punto di partenza è il Parco della Zucca. Qui si trova l'ex Deposito Zucca, un complesso di edifici che dal 1880 al 1963 fungeva da deposito dei tram urbani.
Il luogo rappresenta lo spunto per parlare della situazione dei tramvieri tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Coi tram succedeva di tutto ma c'era chi si faceva anche più male, come l'operaio nelle fabbriche. Il tranviere aveva una vita tutto sommato meno alienata di altre categorie di lavoratori, ma il salario e le condizioni di lavoro non erano comunque ottimali. La situazione non migliorò quando sul finire dell'800 l'Amministrazione bolognese decise di subappaltare il sistema dei trasporti ad un'azienda belga, la Société Anonyme d'Entreprise Generale de Travaux. Ma qualcosa non andava in questa società, soprattutto nel suo direttore, il belga Desiderato Dupierry, che stando alla corrispondenza presente all'Archivio di Stato di Bologna, “lesinò ove poté, diminuendo il personale, accrescendo il lavoro, cambiando orari, sopprimendo o per lo meno limitando sussidi”. Queste tensioni sfociarono nel 1894 in uno sciopero del personale del tram a cavalli, coinvolsero anche la Questura e il Ministero degli interni. Ma purtroppo non ci furono risultati se non l'aumentare dell'arroganza di Dupierry, che fece di tutto per ostacolare anche le azioni della Camera del Lavoro. Di fatto, la protesta del personale della Società dei tramways andò poi spegnendosi, lasciando però un segno tangibile del malanimo che il direttore aveva provocato: un sedicente Gruppo anarchico di Bologna gli indirizzò un biglietto sgrammaticato – più o meno volutamente – in cui lo si minacciava apertamente di morte. “O francese!” lo provocava il biglietto “Poiché fai penare tante familie è meglio che peni solo la tua. La tua morte la biamo decretata. Gruppo anarcico di Bologna”.

Minacce a DupierryNon sappiamo che fine abbia fatto Dupierry, ma queste minacce ci fanno sicuramente comprendere quanto timore ci fosse di una rivolta contro i poteri forti.

 

Seguiamo i binari e mentre imbocchiamo la via Saliceto discutiamo dell'origine popolare del nome “Zucca”, che deriva dalla borgata che un tempo si trovava all'incirca nella zona in cui oggi sorge il parco. Arriviamo in via Giorgio Vasari. Qui possiamo apprezzare diverse palazzine in stile liberty, come quella al civico 14, che oggi convivono con tante strutture retaggio del passato industriale, come la ciminiera di via del Mastelletta.

 

E proprio all'incrocio tra questa strada e via De' Gandolfi facciamo una nuova sosta e discutiamo delle Mura di Bologna, altro argomento molto sensibile che riguarda l'espansione e l'evoluzione dell'urbanistica della città. La prima teorizzazione dell'abbattimento delle mura di Bologna risale al 1878 ed è contenuta in un discorso rivolto al Consiglio Comunale da Angelo Marescotti. La prima parte del discorso era incentrata sulla necessità di demolire le mura per ampliare la cerchia daziaria e quindi migliorare le condizioni fiscali. Ma il consigliere comunale, assolutamente pro abbattimento delle mura, per convincere ulteriormente l'Amministrazione a procedere in tal senso, ci mise il “carico da novanta”: “Soffocano la città e per un ampio spazio le tolgono aria, luce e salubrità (…)” sostenne, aggiungendo addirittura che “provocano indicibili luridezze fisiche e morali”.

Insomma, il consigliere accusò le mura di essere la rovina della città e dei suoi abitanti e di causare corruzione nei costumi. Certamente ci volle del tempo perché le abili capacità di persuasione del consigliere avessero effetto, ma l'abbattimento delle mura avvenne, tra il 1902 e il 1904.

Monumento al Popolano di Pacquale RizzoliMentre ci allontaniamo dalla zona, continuiamo a parlare: non ci abbiamo fatto caso, ma tutte le vie di questo quartiere sono dedicate a nomi illustri dell'arte. Il motivo è molto semplice: ingentilire quello che non voleva diventare un enorme “ghetto per lavoratori” e basta.

 

Il nostro percorso continua verso la via Ferrarese fino ad arrivare al quartiere Casaralta.
Ci fermiamo all'altezza del civico 62, di fronte al grande complesso delle Officine Casaralta.

Torniamo indietro nel tempo fino al 1848, a quella mattina dell'8 agosto, quando il popolo bolognese si ribellò all'oppressore austriaco. Fu una giornata di battaglie cruente, in tutta la città, che secondo il testimone Pompeo Bertolazzi, vide coinvolti “cittadini, civici, popolani, finanzieri, carabinieri, vecchi, donne, ragazzi, con fucili, bastoni, sassi”. Il Monumento al popolano di Pasquale Rizzoli collocato all'ingresso del Parco della Montagnola ricorda una delle battaglie più emblematiche di quel giorno. I Bolognesi ebbero 59 morti e più di altrettanti feriti, gli Austriaci persero oltre 400 uomini. Un'epigrafe collocata presso il Palazzo Comunale di Bologna ricorda i nomi di quanti morirono per liberare la città dagli austriaci.
Nicchia commemorativa del 1848 via Ferrarese 64Ci siamo fermati in questo punto della città perché fu una delle strade che gli austriaci presero per scappare da Bologna e dirigersi verso Ferrara. Nella ritirata sfogarono la loro rabbia sulle campagne, "incendiando, involando, uccidendo". Tra gli altri, l'intera famiglia del macellaio Luigi Bettini. Una testimonianza a memoria di queste stragi è la nicchia affissa sulla parete di un palazzo costruito negli anni '70, che si trova al civico 64 di questa via.


Savini Enrico, la fortificazione di BolognaMa questa non è l'unica storia che il luogo ispira: Lunetta Casaralta, Lunetta Gamberini, forse sono toponimi che ai più giovani non dicono nulla, ma ai più anziani fanno alzare ancora le antenne. Questi termini, che descrivono essenzialmente dei baluardi solitamente posti agli angoli di recinti o di mura fortificate, ci rimandano alla creazione del Campo Trincerato di Bologna, un'insieme di opere di fortificazione voluto nel 1859 dal Governatore Farini per proteggere la città dagli austriaci dopo la II Guerra d'Indipendenza. Il campo trincerato bolognese, una delle cinque piazzaforti di prima classe in Italia (con Torino, La Spezia, Taranto e Ancona), si costituiva di forti, terrapieni, lunette per circa 12 chilometri attorno alle mura cittadine. Ai tempi tutte le zone interessate dalle fortificazioni non erano altro che trincee con bocche da fuoco e numerose polveriere. Fortunatamente, non ci fu mai bisogno di utilizzarle, ma la città di Bologna diede una grande prova di forza ai nemici.

 

Ex Caserma Sani. Segni di granata sui muriContinuiamo la nostra passeggiata lungo il muro di cinta della ex Caserma Sani, molto importante durante il secondo conflitto mondiale poiché produceva cibo per i militari (carne in scatola e gallette), motivo per il quale fu oggetto di numerosi bombardamenti. Ci fermiamo ad osservare i punti in cui sono evidenti i segni di una granata. Sulla colonna del cancello, inoltre, sono presenti date e firme incise dai ragazzi che facevano la guardia di notte. Le date più antiche risalgono a fine Ottocento. Ci rendiamo conto che il luogo è stato testimone di vicende che hanno lasciato segni profondi che il tempo, per fortuna, non è ancora riuscito a cancellare.


Ex Caserma Sani, Bologna. Date e nomi incisi dai ragazzi di guardia la notteAttraverso un vialetto, arriviamo nel Parco di via Parri, il “Campo Grande”, luogo che dopo l'ultima guerra altro non era che un grande prato pieno di buchi creati dalle bombe sganciate in quella zona per colpire la caserma distante qualche decina di metri. E' l'occasione per un'altra sosta storica.

Parliamo di Achille Volta, che fu senatore di Bologna, Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri Gaudenti e Priore di Casaralta. Apparteneva ad una famiglia bolognese popolare, originaria di Volta Reno, da cui aveva tratto il cognome. Si fece fama di uomo colto, ma anche di politico dal carattere impulsivo, iracondo e violento. Infatti, nel 1525, pugnalò Pietro Aretino, autore di un sonetto oltraggioso all’indirizzo della cuoca al servizio del Datario Gian Matteo Giberti della quale Volta era invaghito. Le cinque coltellate inferte a Pietro Aretino non lo uccisero e il gesto scatenò curiosamente molte dimostrazioni di appoggio e rispetto nei confronti del Volta. Ma Achille Volta è ricordato soprattutto per la celebre Aelia Laelia Crispis, la cosiddetta Pietra di Bologna, una lapide che il senatore felsineo fece ritrovare durante gli scavi per la costruzione della sua abitazione signorile, situata nei pressi del luogo in cui anticamente sorgeva la chiesa dell’Ordo Militiae Mariae Gloriosae. La pietra è una pseudo-iscrizione funeraria romana, probabile opera dello stesso Volta, che affissa presso Casaralta, più o meno nella zona in cui ci troviamo in questo momento, ha attirato per secoli eruditi e curiosi conquistati dal testo enigmatico inciso su di essa. Anche Cesare Malvasia si cimentò nell'interpretazione dell'enigma, forse una delle migliori del tempo, in non meno di 150 pagine.
La Pietra di Bologna di Achille VoltaA causa del bombardamento che nel corso del secondo conflitto mondiale distrusse parte della villa, il manufatto è oggi esposto presso il lapidario del Castellaccio del Museo Civico Medievale di Bologna. Achille Volta, già imprigionato per omicidio, ebbe morte violenta: nel 1556, gli fu fatale una pugnalata infertagli nel corso di una lite.

 

I 52 Camini di via Parri a BolognaContinuiamo il nostro percorso su via Ferruccio Parri. Poi voltiamo a destra nei pressi delle ex Officine Minganti. Qui si trova uno degli edifici più antichi della zona: “i 52 Camini”. Costruito nel 1860 circa, per l'epoca era molto moderno poiché ognuno dei 52 appartamenti disponeva di un focolare. Il palazzo era suddiviso in due metà, con due scale e 8 appartamenti per piano, separati, quindi 4 per ciascuna scala. C'erano due bagni ad ogni piano (uno ogni 4 appartamenti), senza acqua, ma con una carrucola che portava un secchio alla base del palazzo dove si trovava un pozzo per entrambe le due file di bagni. I bagni dello stabile originario erano nella parte sporgente dell'edificio. Il palazzo conserva le antiche lesene alle finestre e agli ingressi. Questo luogo è stato teatro di una macabra scoperta: si dice infatti che durante la costruzione del palazzo e lo scavo delle fondamenta venne rinvenuta una buca con i resti di oltre 500 cavalli. I cavalli erano morti durante una delle pochissime battaglie del Risorgimento avvenuta a Bologna, ma secondo un'altra versione erano stati rubati da un distaccamento austriaco e macellati per dare la carne al popolo.

 

Continuiamo la nostra passeggiata ancora impressionati dalla storia appena ascoltata. Passiamo davanti alle ex Officine Minganti, attraversiamo via della Liberazione, via Donato Creti, il Parco Artistico Lineare, la via Lianori, fino a via Sebastiano Serlio, seguendo parzialmente il percorso dei binari (oggi nascosti dal cemento) della vecchia Tranvia Bologna-Pieve di Cento-Malalbergo (TBPM). Raggiungiamo il Parco del Dopolavoro Ferroviario (DLF). Questo non era solo un centro ricreativo per i ferrovieri, ma luogo di manovre con le locomotive a vapore. Sostiamo accanto alla vecchia locomotiva posizionata qui ai primi del '900 quale simbolo del progresso in cui si credeva. Carducci, nel suo “Inno a Satana” (1863), identificò nel progresso il Diavolo ed in alcuni versi descrisse il treno a vapore come simbolo dell'inarrestabilità del processo di modernizzazione in cui l'Europa e l'Italia si trovavano in quegli anni coinvolte: “Un bello e orribile/Mostro si sferra,/Corre gli oceani,/Corre la terra (…). Passa benefico/Di loco in loco/Su l'infrenabile/Carro del foco./Salute, o Satana,/O ribellione,/O forza vindice/De la ragione!”.
In sintesi, il Carducci definì il treno come una macchina infernale, potente e temibile, capace di modificare il tempo ma anche, per la sua utilità, di legare a sé gli uomini come poveri diavoli.

La Causa Lunga di Bologna, 1864E del resto, il poeta nella sua descrizione non poteva che essere ispirato anche dalle importanti infrastrutture nate a supporto di queste inarrestabili macchine infernali. Nel 1859 venne infatti inaugurata la Stazione Centrale di Bologna, uno dei collegamenti ferroviari più importanti tra il settentrione e il meridione. Essa verrà poi ampliata tra il 1871 ed il 1876 su progetto dell'ingegnere Gaetano Ratti. Nella notte tra il 10 e l'11 dicembre 1861, sette malfattori, quattro dei quali vestiti da carabinieri, entrarono nella stazione portandosi via un bottino di 79.000 lire, una somma davvero ragguardevole. Dunque, quelli erano tempi non solo di progresso, ma anche di rapine ed efferati omicidi. Dietro tutto questo c'era l'Associazione dei Malfattori, un pericoloso e capillare sistema malavitoso organizzato per “balle” (gruppi) distinte a seconda dei vari rioni cittadini. Una delle figure più rilevanti di questa associazione a delinquere era Pietro Ceneri, macellaio di professione (ufficialmente), uomo prestante e di grande fascino. Si dice che nel processo istituito nel 1864 contro i 110 imputati della banda, molte signore si recarono ad assistere per vederlo da vicino ed appurare la sua bellezza. E a quanto sembra, non rimasero deluse. Il processo durò quasi 6 mesi e passò alla storia come “Causa lunga”. Una volta chiuso il processo e avviati i condannati in varie prigioni del Regno, la pace sembrò tornare in città. O meglio, la delinquenza non scomparve certo del tutto nel Bolognese, ma almeno non si verificarono più crimini così eclatanti ed efferati come negli anni precedenti. Gli atti nel processo fanno pensare che alla base del procedimento giudiziario vi fossero anche motivazioni politiche. Infatti, molti dei capi delle “balle” erano stati tra i capipopolo più attivi nelle lotte per la liberazione di Bologna dal governo pontificio dei decenni precedenti e avevano militato nella frangia più estrema dei patrioti, quella democratica e repubblicana. Erano garibaldini e mazziniani, quindi mal visti dal nuovo governo piemontese che, alla ricerca di pace e stabilità, cercò in tutti i modi di sedare gli animi politicamente più accesi.

Edificio stile neogotico, via Marcantonio Franceschini, BolognaQuel periodo fu uno dei capitoli più incredibili della storia dell'Unità d'Italia.

 

Case per Ferrovieri di Angiolo MazzoniNon appena usciti dal Giardino del DLF, proseguiamo per via Sebastiano Serlio fino all'incrocio con via Marcatonio Franceschini. Ci fermiamo per osservare il bellissimo palazzo in stile neogotico che sorge ai civici 2 e 4 della via, per poi continuare verso via Jacopo della Quercia. In questa zona sorgono le Case per ferrovieri, un intero isolato che si affaccia sulle vie Sebastiano Serlio (civici 17, 19, 21, 23) e via Jacopo della Quercia (civici 18, 20, 22, 24), progettato nel 1923-24 da Angiolo Mazzoni, noto per numerose realizzazioni architettoniche in ambito ferroviario in tutta Italia. Si tratta di un intelligente intervento caratterizzato da una grande varietà di elementi decorativi che sottolineano l'individualità di ogni singola unità abitativa. Le facciate delle case, che mostrano in alternanza mattoni a vista ed intonaco, si caratterizzano per il disegno differenziato di ciascun ingresso. L'opera di Mazzoni in Italia è considerevole e meritevole di essere conosciuta, ma come per altri artisti che hanno operato nel periodo del fascismo, quindi considerati “di regime”, è stata deliberatamente oscurata.

Proprio di fronte a questo particolare isolato c'è l'Istituto Salesiano. La presenza dei Salesiani è strategica in una zona come questa, e sicuramente favorì moltissimo la riqualificazione di quest'area della città. A tutt'oggi i Salesiani hanno in affidamento la parrocchia e gestiscono le retrostanti scuole.

Chiesa del Sacro Cuore, BolognaEd infatti, dirigendoci verso la via Matteotti, ci fermiamo dinanzi alla Chiesa del Sacro Cuore di Gesù. E' un'opera grandiosa e di grande rilievo, oltre a essere, con le sue 10.000 anime, una delle parrocchie più popolari della città. Fu costruita agli inizi del '900 su progetto di Edoardo Collamarini a seguito della prima rilevante espansione fuori dalle mura della città ad opera dei Salesiani di San Giovanni Bosco. Ma il 21 novembre 1929, probabilmente in seguito alle scosse di terremoto che si susseguirono a Bologna tra aprile e ottobre di quell'anno, la cupola dell'edificio crollò, danneggiando gravemente anche il resto dell'edificio. Fu un momento disastroso e Collamarini, per sua fortuna, era morto un anno prima. Nonostante l'iniziale proposta da parte di alcuni "innovatori" di demolire la chiesa e costruirne una nuova in stile moderno, alla fine si optò per una ricostruzione fedele. La chiesa riaprì il 19 maggio 1935, per essere però nuovamente danneggiata il 25 settembre 1943 dal bombardamento alleato durante la seconda guerra mondiale. Per questo a lato dell'imponente portale strombato della chiesa, si trova un graffito bellico che dice “Opera dei liberatori”.
Graffito bellico BolognaNon è uno sfregio, ma propaganda nazifascista. I bombardamenti non colpirono solo la chiesa, ma anche parte dell'Istituto Salesiano.
Monumento Don Antonio Gavinelli, BolognaFu Don Antonio Gavinelli, parroco del santuario del Sacro Cuore e fondatore dell'Opera salesiana, a sostenere la ricostruzione della cupola e della chiesa dopo il crollo del 1929 e dopo i bombardamenti della II Guerra Mondiale. Nel monumento a lui dedicato, realizzato da Luigi Enzo Mattei, inaugurato nel 2017 e collocato proprio di fronte al Sacro Cuore, il sacerdote salesiano guarda con amore e devozione alla sua amata chiesa.
Monumento Don Antonio Gavinelli, BolognaDon Gavinelli fu un'altra figura molto importante per Bologna: fervente sostenitore ed attivista della pace, nel 1943 fu confinato dai fascisti per avere stampato e diffuso un volantino contro la guerra. “Né il fascismo né il comunismo salveranno l'Italia, ma piuttosto la Fede”, scrisse in uno dei suoi foglietti domenicali portato nella sede del gruppo rionale “Nannini”, posto proprio di fronte alla sua chiesa.
Teatro Testoni, ex Casa del Fascio della BologninaQuello che oggi è il Teatro Testoni, infatti, un tempo era una Casa del Fascio. I fasci sono stati rimossi dal marmo, ma attorno alle finestre se ne vedono ancora i rilievi. Una leggenda narra che nel sottotetto della torre, durante alcuni lavori, fu trovato un cadavere.

Osservando i due edifici uno di fronte all'altro, si ha la sensazione che un tempo in questo luogo, due potenze, una politica e l'altra religiosa, si confrontassero di continuo, equilibrandosi a vicenda.

 

Palazzina Crespi di Giulio MarcovigiProseguiamo su via Matteotti diretti verso il centro. Osserviamo, dall'altra parte della strada, la Palazzina Crespi di Giulio Marcovigi, una bellissima costruzione in stile liberty progettata agli inizi del '900. Caratterizzata da grandi fregi in cemento di gusto floreale, è uno dei più chiari esempi di architettura Art Nouveau a Bologna. Marcovigi, versatile figura di ingegnere e giornalista, amico di Zanardi e Turati, divenne in seguito specialista di edilizia ospedaliera. A Bologna progettò l'ospedale sanatorio Pizzardi in località Bellaria e curò l'ampliamento del Policlinico Sant'Orsola.

 

Memoriale della Shoah, BolognaSalendo sul ponte della stazione vediamo il Memoriale della Shoah, inaugurato il 27 gennaio 2016, la Giornata della Memoria. Non è previsto nel nostro itinerario, eppure è un monumento dotato di un tal magnetismo che è impossibile non notarlo. Nato dall’impegno congiunto della Comunità Ebraica, istituzioni e privati, tra cui la Fondazione del Monte e dal progetto di Onorato Di Manno, Andrea Tanci, Gianluca Sist, Lorenzo Catena e Chiara Cucina, il Memoriale è collocato in un punto strategico per ricordare il trasporto degli ebrei fino ai campi di concentramento. Con l'alternanza di spazi vuoti o lisci e senza nome, di sporgenze e l'utilizzo di materiali di costruzione appositamente evocativi, come l'acciaio e il basalto, ci spinge a riflettere su quello che è accaduto nella storia e nello stesso tempo a renderci conto dell'assenza, del vuoto incancellabile lasciato dal brutale sterminio di massa - non solo degli ebrei, ma di tutti coloro che vennero classificati come facenti parte delle “categorie” da sterminare - operato durante il secondo conflitto mondiale.

 

Sepolture anomale, Bologna - Tomba 109Una volta arrivati al centro del ponte della stazione, ci fermiamo ad osservare i binari dell'Alta Velocità. La costruzione di questa nuova area della Stazione Centrale di Bologna ha richiesto molto tempo, risorse ed energie. Il progetto ha richiesto scavi profondi, quindi vi sono state criticità dal punto di vista idrogeologico…ed un po' di sorprese dal punto di vista archeologico. Gli scavi hanno permesso infatti di scoprire, dal 2004, una vasta necropoli di età romano-imperiale databile tra il I e il III sec. d.C., composta da 222 tombe di cui 39 a rito inumatorio. Il complesso è risultato di grande interesse, in particolare per la presenza di sepolture anomale, inumazioni che presentavano particolari (oggetti con probabile funzione simbolica - chiodi e balsamari - e tracce sulle ossa riferibili a interventi sul cadavere, come amputazioni e scomponimento degli arti, anche post-mortem) che suggeriscono la presenza di particolari rituali funerari. Questo tipo di sepolture, ritrovate anche in altre zone della regione, come Casalecchio di Reno o Baggiovara (MO), hanno tutte in comune un unico, probabile scopo: impedire che il morto, probabilmente un “reietto” della società per vari motivi, potesse tornare, in questo mondo o nell'altro. Perciò, quello che gli studiosi si sono trovati ad esaminare è un rito del distacco particolarmente risolutivo e impressionante.

 

Proseguiamo il nostro cammino fino all'ultima tappa del nostro percorso, Porta Galliera. La porta fu testimone dell'evento finale dell'insurrezione dell'8 agosto 1848: attraverso di essa, ultima porta rimasta aperta dopo che tutte le altre erano state prese e chiuse dai cittadini, i soldati austriaci fuggirono lasciando la città. E chissà se i segni di danneggiamento che presenta in alcuni punti sono ciò che rimane dei colpi di artiglieria di quel giorno.
Ritratto di Pietro RigosiIn principio abbiamo detto che il nostro percorso sarebbe cominciato e finito sui binari. Infatti, la storia che qui ci viene narrata si svolse il 20 luglio 1893 e ne fu protagonista Pietro Rigosi, aiuto macchinista (fuochista) della Rete Adriatica. Il suo era un lavoro massacrante: spalava tonnellate di carbone, col caldo infernale d'estate o con le rigidità invernali, per alimentare le locomotive che quotidianamente portavano i treni con merci e passeggeri da Bologna sino a Ferrara, Padova, Venezia e viceversa. Nel pomeriggio di quel giorno si impadronì della locomotiva 3541 in sosta a Poggio Renatico e la condusse sui binari alla velocità di 50 km/h, davvero notevole a quei tempi, col fischio bloccato, in direzione della Stazione Centrale di Bologna. Il personale tecnico delle ferrovie riuscì a deviare la corsa e la locomotiva finì con lo schiantarsi contro sei carri merci in sosta lungo un binario morto della stazione di Bologna. Era stata evitata una strage. Rigosi venne recuperato ancora vivo, ma in pessime condizioni. Fu ricoverato in ospedale, dove dovettero amputargli una gamba, e il suo volto restò sfigurato da numerose cicatrici. Non ricevette nessuna pena giudiziaria, ma soltanto un esonero dal servizio in ferrovia per motivi di salute con un sussidio, che accettò solo dopo che la motivazione “buona uscita” venne sostituita con “elargizione”.
La locomotiva 3541 di Pietro RigosiL'atto di Rigosi fu molto probabilmente un disperato gesto di protesta contro le difficilissime condizioni di vita e lavoro dell'epoca e contro l'ingiustizia sociale che si manifestava notevolmente in tutti gli ambienti, compreso il mondo del trasporto ferroviario. Il cantautore Francesco Guccini si ispirò direttamente a questa vicenda per una delle sue canzoni più famose, La locomotiva.

Dopo avere letto alcuni versi della bellissima canzone, è arrivato il momento di salutarci. La nostra guida ci saluta e noi torniamo insieme al luogo di ritrovo, osservando con occhi diversi la città.

Binari ferroviari BolognaHo la sensazione che ciascuno di noi elaborerà l'esperienza a modo proprio, riflettendo, approfondendo e trasmettendo ad altri ciò che più lo ha colpito. E allora avremo innumerevoli versioni di una lunga e grande storia che ha attraversato l'800 bolognese, spesso di gran corsa, a cavallo o sui binari.
Del resto, la nostra guida ha agito come il migliore dei maestri: ci ha indicato dove guardare, ma non ci ha detto cosa vedere.

 


Ringraziamenti:

Si ringrazia l'Associazione Vitruvio per l'interessante iniziativa ed in particolare la nostra guida, Francesco Nigro.

www.vitruvio.emr.it

 

Mappa dell'itinerario

 

Link e documenti per approfondire:

 

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