Di tutti i paesi dell'Emilia interessati dal fenomeno dell'Inquisizione, non possiamo non citare Mirandola, località della provincia di Modena,che tra il '500 e '700 ebbe probabilmente il maggior numero di processi per eresia stregonesca che la nostra storia locale possa ricordare.

Processi per stregoneria a MirandolaUno dei periodi più drammatici nella storia di Mirandola per quanto riguarda la stregoneria fu la prima metà del Cinquecento. La località, già dall'inizio del secolo, era stata interessata da guerre politiche e aspri tumulti familiari tra i rami dei Pico, culminati in violenze ed assedi che minarono l'integrità e la tranquillità del territorio. Dopo l'assedio della città del 1510-1511 da parte di Papa Giulio II, venne rimesso al potere Gianfrancesco II Pico, il Litteratissimo. Filosofo, umanista e seguace del Savonarola ne aveva adottato l'austera religiosità. Era convinto di avere la capacità di distinguere il demonio negli atti delle persone e nello stesso tempo attuò una politica feroce tesa a mantenere il controllo del territorio e ad eliminare i suoi nemici.
Forse è per questo che molte delle persone accusate di stregoneria dalla sua Signoria erano figure influenti del territorio di Concordia o molto conosciute nel mirandolese e dintorni e che assistette a tutti i processi e a molti degli interrogatori, con la probabile intenzione di assicurarsi che queste persone non ne uscissero totalmente innocenti.

 

Gianfrancesco Pico della MirandolaTutto cominciò quando nel 1522 arrivò da Faenza il frate domenicano Girolamo Armellini, Inquisitore di Parma e Reggio (allora Mirandola era territorio di pertinenza della Diocesi di Reggio Emilia), per indagare su alcune voci che riferivano di strani rituali che si compivano di notte nei contadi lungo le rive del fiume Secchia (tra cui specialmente la "villa" di Cividale) a cui partecipavano vari individui dediti ai peccati della carne e della gola: tali pratiche scandalose rimandavano ai concetti cumulativi del sabba, in questo caso chiamato Gioco della Donna, oltre al disprezzo del Crocifisso e delle ostie consacrate, come riferito dal frate domenicano Leandro Alberti, che divenne il press-agent dell'intera vicenda.
Coadiuvato dal fiorentino Luca Bettini, vicario generale del Sant'Ufficio locale, l'Inquisitore aprì un processo penale nei confronti di una sessantina di persone. I processi si svolsero presso la sede dei Domenicani nel convento della Chiesa della Madonna delle Grazie e dei Miracoli della Via di Mezzo, in località Borgofuro, tra S. Giacomo Roncole e Mirandola.

Oratorio Madonna della Via di Mezzo (1950)Molti degli accusati vennero condannati a pene generiche, ma almeno dieci furono condannati al rogo e arsi vivi.

Nel perseguire i sospettati di stregoneria, l'Armellini non mancò di arrogarsi diritti giurisdizionali sulla città di Concordia, sconfinando nel distretto dell’Inquisitore di Mantova, creando frizioni in materia giurisdizionale tra i due magistrati della fede e accrescendo i rispettivi rancori in materia territoriale tra il Pico ed il marchese di Mantova Federico II Gonzaga (rappresentato nella città della Concordia dal suo governatore Francesco Suardo).
Le rimostranze furono comunque opportunamente ignorate dall'Armellini che continuò a perseguire i rei in quelle zone.


Mirandola, Piazza della Costituente negli anni 50Il primo condannato fu don Benedetto Berni, sacerdote di 72 anni molto conosciuto nel castello di Mirandola. Era accusato di somministrare le ostie consacrate ad una strega affinché se ne servisse nei suoi sortilegi, di praticare vampirismo e secondo alcuni testimoni era stato visto entrare in volo nel castello durante i processi. Gli fu fatta la grazia di essere impiccato prima di essere bruciato sul rogo il 22 agosto del 1522. L'anno successivo altre sei persone finirono al rogo: Francesco da Carpi di Cividale, Bernardina Frigieri di Cividale, Maddalena Gatti di San Felice sul Panaro, Camilla Gobetta del Borghetto di Cividale, Andrea Merlotti detto il Piva Mantovano di Fossa (Concordia sul Secchia), Marco Piva di S. Martin Carano.


Non è chiaro di quali gravi crimini si macchiarono queste persone per subìre una così grave punizione, ma l'ondata di processi e condanne e il clima di terrore instauratosi causarono forti disordini e dissensi fra la popolazione mirandolese.

La strega, ovvero degli ingani dei demoniPer giustificare l'uccisione degli accusati di stregoneria, Gianfrancesco Pico scrisse nel maggio 1523, in appena dieci giorni, il dialogo in tre libri "Strix, sive de ludificatione daemonum" (La strega, ovvero degli ingani dei demoni), che Leandro Alberti si occupò di tradurre in italiano nel 1524. Nell'opera, Gianfrancesco riprende i temi del Malleus maleficarum e attraverso i dialoghi del saggio Fronimo (in cui lui si autorappresenta), il diffidente Apistio il quale alla conclusione dell’opera cambierà nome in Pistico, cioè il credente), il giudice inquisitore Dicasto (che rappresenta Girolamo Armellini) e la rea confessa Strega, cerca di comprovare la realtà dei poteri delle streghe, del volo magico e del Sabba attraverso fonti scritturali, trattati degli inquisitori e fonti classiche. L'opera, molto conosciuta durante il Rinascimento, venne utilizzata da importanti inquisitori e umanisti dell'epoca, fra cui Bartolomeo Spina e Jean Bodin ed è stata tradotta in più edizioni in lingua italiana.

In questa operetta dove sentirai parlare di Strega credi veramente di udire la storia pura, la quale, parte ho vista con gli stessi occhi, e parte udita con questi orecchi, mentre mi si leggevano i processi” scrisse Gianfrancesco, che fu testimone degli eventi descritti oltre che giudice secolare, dato che interrogò egli stesso alcuni presunti rei.

 

Alla fine del 1523, altri tre arrestati, il notaio Giovan Pietro Colovati, Nicolò Ferrari di Mirandola e Aiolfo della Bernarda, riuscirono a scappare a Modena, trovando rifugio presso il vescovo suffraganeo e il vicario episcopale. Girolamo Armellini si rivolse allora a Papa Clemente VII, il quale il 18 gennaio 1524 incaricò Francesco Silvestri, inquisitore a Bologna, e Altobello Averoldi, vescovo di Pola e vice legato a Bologna, di catturare i fuggitivi che infine vennero scovati ed arsi vivi nel 1525.

 

Dieci sono i roghi confermati che vennero allestiti al centro di quella che oggi è Piazza della Costituente, di fronte alla torre di San Ludovico del Castello dei Pico.

“Le fece poner sopra d’uno grandissimo monte di legna, et brusciarli in punizione de le loro sceleragini, et ancho in esempio degli altri”.

 

Nononostante la morte di Gianfrancesco Pico nel 1533, i processi non finirono qui, dimostrando che Mirandola fu una "sorvegliata speciale" per secoli.
Se ne registrano altri per stregoneria o blasfemia, contro donne e uomini, che portarono al rogo in particolare l'ebreo Guglielmo di Arezzo (1560), il medico Pietro Capizi (1561), Caterina Pivia di Concordia (1588), Cecilia Pollastri di Cividale (1598), Antonio Fedozzi (1599), Contina di Mortizzuolo (1616), Giulia e Caterina Montanari di Fossa (1616) e Ludovico Gigli di San Possidonio (1616).

Ancora nel 1632, quando era Alessandro I Pico il Signore della Mirandola, il popolino lapidò nella piazza cittadina una presunta strega accusata di essere la causa di una epidemia di peste appena conclusasi.

John William Waterhouse - Magic Circle (1886)A partire dal XVIII secolo, successivamente all'annessione di Mirandola al Ducato di Modena, sono documentati altri processi per magia, stregoneria ed eresia dovuti soprattutto alla diffusione del luteranesimo ed al sospetto che gli accusati fossero collegati alla massoneria.

Ma un'altra strega, forse l'ultima, fece la sua apparizione nella metà del '700 agendo più o meno indisturbata per quasi trent'anni. Lucia Roveri, all'età di vent'anni, scoprì di avere una vocazione pseudo religiosa e iniziò a fare profezie, compiere sortilegi e fatture, guarire malattie, leggere nel passato e nel futuro. Al costo di una piccola offerta o elemosina da parte dei parenti, Lucia era anche in grado di dire se i defunti fossero in Paradiso, Purgatorio o Inferno. Il governo della città non la riteneva pericolosa, pertanto la lasciò fare. Ma la Chiesa non era della stessa opinione e la giudicava un'eretica. La fama di Lucia Roveri finì quando, con i suoi seguaci, si recò a casa di un contadino che, certamente incredulo delle sue capacità, la spinse a rivelargli la sorte di suo padre il quale, disse, era morto da tempo. La Roveri sentenziò che il padre del contadino era finito in purgatorio, che soffriva parecchio, ma che, con una buona elemosina, poteva ottenere il trasferimento in Paradiso. A quel punto, il contadino spalancò una finestra della sua casa e indicò alla profetessa e ai suoi fedeli il padre che lavorava tranquillamente in un campo poco distante. Lucia Roveri fu costretta ad abiurare nella chiesa dei Cappuccini della Mirandola e così scampò il rogo. Ma morì nella miseria più totale nel 1778, all’età di 60 anni, nell’albergo dei mendicanti di Reggio Emilia, dove il governo ducale l’aveva fatta accogliere.

 

Il tribunale dell'Inquisizione di Modena venne abolito il 6 settembre 1785 dal duca Ercole III d'Este.

Era finita? Non proprio.
Cioè, i roghi e i tempi bui della caccia alle streghe sono finiti per sempre, ma come un fuoco che arde ancora sotto la cenere, qualcosa del fascino della stregoneria è rimasto nella memoria e nel tessuto culturale del territorio mirandolese.
Per esempio, in passato, nel territorio era molto sentita la celebrazione dell'Epifania, "La vécia", come si dice in dialetto locale. In particolare, come scrisse Hide Bozzini nelle sue memorie
di folklore mirandolese (1958), vi era la tradizione che "allo scoccare della mezzanotte, nella notte dell'Epifania, il parroco di San Martino Carano, località che dista un chilometro dalla città in confine colla 'Madonna della via di Mezzo', si portava al crocevia in piviale violaceo, munito di aspersorio e di acqua santa, per fugare le streghe dai confini della villa".
E sicuramente delle tante streghe di Mirandola ancora raccontavano i contadini ai loro bambini quando si riunivano nelle stalle, attorno al fuoco, con tutta la famiglia, nelle fredde notti invernali. Era un modo per tenerli lontani dai pericoli del buio e di ciò che non si conosce.

Tuttora, nella cucina mirandolese, è poi in uso la preparazione della Stria, una focaccia sottile a base di farina, lardo e strutto così chiamata perché si usava cuocerla prima degli altri pani per verificare che la temperatura del forno a legna fosse giusta. Un'altra tradizione associa il nome della focaccia alla pelle dura e gialliccia che un tempo si pensava avessero le streghe.


E' chiaro poi che il mito della "strega" e di quello che rappresenta, con i riti e le tradizioni propri di ogni territorio, è ancora forte se tutt'oggi se ne parla in decine di pubblicazioni, articoli e mostre documentarie.
Perciò, siamo sicuri che la "caccia alle streghe" sia finita? Io ho la sensazione che stia continuando ma in un modo diverso. E forse per una volta, dopo tanto tempo, non c'è bisogno di temere nulla.

 

 

Bibliografia, documenti, link ed altri materiali utili alla scrittura dell'articolo:

 

 

 

 

Licenza

Licenza Creative Commons
Storie di Pianura di Genziana Ricci è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale

Newsletter