Presso il Museo Civico Archeologico G. Ferraresi di Stellata di Bondeno si tiene fino al 10 marzo una mostra che ha raccolto i documenti di Bruno Merighi dal campo di concentramento di Kassel, in Germania, dove è stato rinchiuso per circa due anni, dal 1943 al 1945, come IMI, internato militare italiano. Fanno parte della mostra, curata da Roberto Merighi, lettere, foto, medaglie ed altri documenti utili a ripercorrere una storia da non dimenticare.

Giovinezza di Bruno MerighiUna serie di documenti esposti nella prima parte dell'esposizione hanno lo scopo di farci conoscere Bruno Merighi e qualche aspetto della sua giovinezza: nato a Ferrara il 24 agosto 1922 da Guelfo, falegname, e da Ferriani Delia, casalinga, si trasferì a Stellata nel 1929 e dopo avere completato gli studi elementari nel 1933 trovò lavoro come garzone di bottega presso un barbiere. Suonava il clarinetto e faceva parte dell'antico Complesso Bandistico di Stellata. Nel 1941, alla morte del padre, portò avanti la sua attività di ambulante. Il 28 gennaio 1942, non aveva ancora compiuto 20 anni, venne chiamato alle armi.
Sono le sue lettere alla madre che ci informano che dopo essere stato a Forlì, a Bertinoro (FC), a Vergato e a Bentivoglio, il 12 ottobre 1942 partì in treno da S. Pietro in Casale (BO), con destinazione Russia. Durante il viaggio, ebbe modo di informare la madre del suo stato di salute, ma senza inserire troppe informazioni sul percorso o la destinazione (la posta era soggetta a censura).
Lettera dalla Russia di Bruno MerighiL'11 novembre, dopo 28 giorni di viaggio, il treno arrivò all'ultima stazione di viaggio. Di lì, in marcia, i soldati raggiunsero il fronte sul fiume Don. Da quel momento, Bruno fece parte del 89° Fanteria Salerno, divisione Cosseria, 1° Btg, 2a Compagnia. Nelle lettere del 14 novembre e 14 dicembre Bruno informava la famiglia delle sue buone condizioni, nonostante le temperature molto rigide. Era convinto che nel giro di sei o sette mesi sarebbe potuto tornare a casa. Sostenne di essere attrezzato contro il freddo durante le guardie. La verità è che solo i russi, con le tute bianche sopra la divisa e gli stivali impermeabilizzati, erano davvero ben equipaggiati.

Il 17 dicembre scattò l'offensiva russa, con i carri armati che passavano sul Don ghiacciato. I russi sfondarono il fronte fra la divisione Ravenna e la Cosseria e per i soldati ebbe inizio la lunga marcia di ritirata verso la zona di Gomel, con temperature a -40°C. Il 3 gennaio 1943 Bruno scrisse alla famiglia che erano in marcia senza la possibilità di scrivere e imbucare, tranquillizzando la madre sul suo stato senza lasciar trasparire l'entità del dramma che lui ed i suoi compagni stavano vivendo. Il 20 febbraio scrisse “fino a oggi ho fatto quasi mille chilometri a piedi e ora mi trovo fuori pericolo, sano e salvo”. E' ipotizzabile che in tale data i superstiti della Cosseria fossero tra Priluki e Nieshiu (circa 150 km a est di Kiev). Bruno non parlò mai nelle sue lettere del dramma che rappresentò quella lunga marcia durata cinque mesi fino in Polonia, nella neve e nel gelo dell'inverno russo, con le scarpe fradice e sfondate e i pidocchi, e di quanti ragazzi avevano dovuto abbandonare lungo la strada congelati perché per loro non c'era più niente da fare. Nelle battaglie del Don la divisione Cosseria, che si ritirò un mese prima del corpo alpino, ebbe 1273 morti, tutti caduti sulla linea di combattimento.
Finalmente nel maggio 1943 il ritorno in Italia. Dopo un primo trasferimento in Toscana per riorganizzarsi, l'intera Divisione venne trasferita a Milano e poi a Sesto San Giovanni con compiti di ordine pubblico. Fu qui che cessò definitivamente ogni attività militare il 12 settembre 1943, in conseguenza dei fatti che determinarono l'armistizio.

Biglietto-cartolina di Bruno Merighi cattura tedeschiE qui cominciò un altro capitolo della storia di Bruno. Come detto l'armistizio fra l'Italia e gli Alleati firmato il 3 settembre e reso noto l'8 settembre 1943 senza precise istruzioni per le truppe italiane, lasciò nella confusione più totale un Paese già allo sbando. Centinaia di soldati italiani vennero catturati dalle forze armate tedesche sbarcate in Italia a seguito della destituzione di Mussolini. Dopo il disarmo, soldati e ufficiali vennero posti dinanzi alla scelta di continuare a combattere nelle file dell'esercito tedesco o essere inviati in campi di detenzione in Germania. Solo il 10 per cento accettò l'arruolamento. Gli altri vennero considerati dapprima “prigionieri di guerra”, in seguito “internati militari” IMI non collaborazionisti e dal 1944 alla fine della guerra “lavoratori civili”.
Bruno venne catturato il 12 settembre 1943 a Monza e deportato in Germania su vagoni bestiame al campo di concentramento di Ziegenhain di Kassel, poi sottoposto a lavoro forzato presso la fabbrica Henschel & Sohn dove si fabbricavano carri armati denominati “Super Tigre”.
Quando erano ancora accerchiati, pur di far conoscere la sua sorte alla madre, Bruno tentò di scrivere con mezzi di fortuna un biglietto-cartolina indirizzato alla famiglia Filippini (erano ex stellatesi trasferitisi a Monza ed abitavano lì vicino) spiegando i motivi dell'accerchiamento e cercando di lanciarlo a persone in prossimità della scuola E. De Amicis. “Mi rivolgo a voi per spiegarvi la brutta situazione in cui mi trovo. Siamo circondati dai tedeschi nella scuola E. De Amicis, non sappiamo se ci lasceranno liberi o se ci porteranno in un campo di concentramento, se ci libereranno entro domani sarò da voi per domandarvi un abito borghese, o se no se potete con qualche mezzo farlo sapere a casa mia, che son vivo...”.
Evidentemente il lancio non poté essere effettuato ed il biglietto non fu recapitato.


Lettera di Finchi Margherita alla madre di BrunoMa dopo la cattura, riuscì a richiamare l'attenzione delle persone che erano in prossimità della linea ferroviaria nella stazione di S. Lucia della Battaglia (Verona) durante il transito del convoglio in corsa verso il Nord e riuscì a passare l'indirizzo della mamma alla signora Finchi Margherita nei pressi dei binari, affinché potesse rassicurare i familiari sulla salute e sulla probabile destinazione di Bruno. Esposta in mostra la lettera che il 13 settembre 1943 la Finchi scrisse alla madre di Bruno:
Gentilissima Signora, vi dò notizie di vostro figlio Bruno, sta bene, è passato oggi da S. Lucia della Battaglia, è prigioniero, la destinazione è ignota, si crede in Germania.(...). Sono passati tanti treni e tutti pieni e chi tentava di fuggire i tedeschi gli sparavano, potete immaginarvi avevano fame e sete, gli si portava ciò che si aveva (…) se non si stava attenti i tedeschi sparavano pure a noi...”.

 

Nelle sue lettere dal campo di detenzione di Kassel, Bruno non smise mai di rassicurare la madre sul suo buon stato di salute e sulla ricezione delle sue lettere anche se in ritardo. Ogni tanto si coglie un po' di nostalgia nelle sue parole, come nella lettera del 6 marzo 1944, in cui raccontò: “ieri è stato a trovarci un cappellano militare italiano, alle 8,30 di sera ha celebrato la S. Messa, feci la S. Comunione, come pure il giorno di Natale, terminata la Messa ci rivolse parole di conforto e di augurio di tornare tutti presto alle nostre case...eravamo tutti con le lacrime agli occhi (...)”.

Il 24 agosto 1944 ancora scrisse: “undici mesi fa speravo in questa epoca di essere a casa, ma invece niente, mi dispiace moltissimo...”.

Lager Hauxkopf Odertal, cittadina di Bad LauterbergMa poi si sforzò di lasciare da parte i sentimenti negativi, per infondere a se stesso ed alla madre speranza e coraggio o per informarla di quanto avviene nel campo: “ti scrivo queste poche righe in fretta perché devo riposare, che sto facendo la quindicina di notte”, oppure “devi sapere che adesso siamo passati tutti civili, e se puoi mandare ancora pacchi, mi spedirai biancheria un po' pesante per l'inverno”.
Alla fine del 1944 venne trasferito a lavorare presso la stazione ferroviaria che, dopo i numerosi bombardamenti, necessitava di continue manutenzioni.

E fu proprio durante un bombardamento, nell'aprile del 1945, che riuscì a fuggire ed a raggiungere un campo già liberato dalle forze armate statunitensi.

Il 1° luglio 1945 scrisse alla famiglia che si trovava nel Lager Hauxkopf Odertal, presso la cittadina di Bad Lauterberg. “Sono in attesa di rimpatriare, ma non posso sapere quando” scrisse.

Lettera di Bruno Merighi, rientro in patriaBruno rientrò in patria il 27 agosto 1945, passando per Pescantina (VR). Venne poi collocato in congedo illimitato il 4 luglio 1946.
Medaglia d'Onore per Internati Militari ItalianiDal 1973 al 2003 è stato Presidente della locale Sezione Combattenti e Reduci di Stellata. Nel 1998 ha ricevuto la Croce di guerra e nel 2011, otto anni dopo il suo decesso, la Medaglia d'Onore per Internati Militari Italiani.

Documenti dal campo di concentramento di Kassel GermaniaBruno Merighi, oltre alla memoria del periodo di prigionia a Kassel, ha conservato altri documenti, che sono esposti in mostra ed utili a comprendere come fossero organizzati gli Stammlager (o Stalag): un documento d'identità interno al lager, la ricevuta di un bonifico, permessi provvisori e di malattia, tessere mediche, di residenza del lager o per appuntamenti dal dentista, buoni o tagliandi spendibili all'interno del campo di prigionia e nei punti vendita indicati.
Momenti spensierati presso il Lager Hauxkopf Odertal nel luglio 1945E poi ci sono tante foto: amici o conoscenti di Bruno anch'essi finiti sotto le armi, immagini di “momenti spensierati” presso il Lager Hauxkopf Odertal nel luglio 1945, foto ricordo di raduni di Ex Internati IMI degli anni '70.

Bruno Merighi in divisa da soldatoBruno Merighi è il bel ragazzo in divisa che ci sorride anche con gli splendidi occhi chiari. Nel suo sguardo ci sono forza, coraggio e speranza, qualità che in guerra ed in prigionia gli sarebbero servite.

In una sua filastrocca racconta: “Siamo giunti (a Kassel) in uno stato impresentabile, senza cappotto, senza impermeabile, senza camicia ahimè e senza calzini ai piè. La fame ogni dì ci tormentava, eran due mesi che non si fumava. Senza un marco nel taschin, il belga, l'olandese ed il francese ci guardavano con commiserazion, eran loro i padroni del paese e noi non eravamo che straccion. Ma un bel giorno la scena si cambiò. L'italiano, traffichino intelligente, il sopravvento su costor pigliava precipitevolissimevolmente. Da quel giorno le nazioni venivano in baracca per comprar chi una giacchetta, chi un calzone, chi pane, chi burro, chi tabacco per fumar. Non parliamo poi degli amori, l'italiano il vero tipo rubacuor...”

Filastrocca di Bruno Merighi sulla vita nel lagerInsomma, all'interno del Lager, gli italiani si dimostrarono degni del loro nome ed insegnarono ai soldati di altre nazionalità come si resiste senza le armi in mano.

 

Prima di uscire dal museo, mi guardo attorno per un altro momento. Sono circondata da fiumi di parole, ma nessuna di quelle contenute in queste lettere potrà mai darmi un'idea concreta dei segni profondi che la guerra ha lasciato nella mente di Bruno.

Dal suo ritorno in Italia non parlò mai degli avvenimenti che lo coinvolsero mentre era al fronte o in prigionia, ad eccezione di un'intervista che concesse alla Nuova Ferrara nel 2001. Forse ha tenuto per sé il pesante bagaglio di memorie traumatiche perché fosse possibile andare avanti e ricominciare a vivere. Forse pensò che condividere l'amore fosse più importante che condividere gli orrori della guerra.

E' certo però che quanto ha conservato di quei tragici momenti, aiuta noi oggi a conoscere, indagare e comprendere una delle tematiche più dimenticate del secondo conflitto mondiale: la prigionia dei nostri soldati italiani negli stalag nazisti.

Bruno Merighi non c'è più, ma la sua memoria sopravvive al passare del tempo, per chi vorrà leggere, per chi vorrà ascoltare, per chi vorrà comprendere.


Ringraziamenti, bibliografia e materiali utili alla scrittura dell'articolo:

 

 

 

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