C'è una lapide a Ferrara, nascosta dietro la statua del Savonarola, sulla via Coperta del Castello Estense. Pochi si fermano a leggerla. Eppure racconta una storia che merita di essere ricordata: quella di tre uomini che, nell'ottobre del 1884, persero la vita in una delle regioni più inospitali della Terra, la Dancalia, spinti dal desiderio di aprire nuove vie di comunicazione tra l'altopiano abissino e la costa del Mar Rosso.

Lapide a Ferrara dedicata alla spedizione di Gustavo BianchiGustavo Bianchi era nato a Ferrara nel 1845 da una famiglia aristocratica. Aveva frequentato l'Accademia militare di Modena, ma un problema agli occhi lo aveva costretto a lasciare l'esercito. Non era però il tipo d'uomo che si accontentava di una vita tranquilla. Nel 1878 partì per l'Etiopia con la spedizione di Pellegrino Matteucci. Fu ricevuto dall'imperatore Giovanni IV e, mentre gli altri tornavano, lui rimase. Viaggiò nel Goggiam, nello Scioa, nel Guraghe. Quella esperienza gli valse riconoscimenti e il resoconto "Alla terra dei Galla".

Gustavo BianchiMa Bianchi non era sazio. Aveva un nuovo obiettivo: trovare una via diretta da Assab all'interno dell'Etiopia, evitando i territori dove, quattro anni prima, la spedizione di Giuseppe Maria Giulietti era stata massacrata. Per questa impresa trovò due compagni. Cesare Diana era un giovane novarese appassionato di caccia e avventure. Gherardo Monari, invece, più idealista e sognatore, era di Cento ed a ventisei anni aveva deciso di voltare le spalle a una delusione d'amore e di finanziare gran parte della spedizione.

La Dancalia che questi tre uomini si proponevano di attraversare non era un luogo qualsiasi. È una vasta regione desertica che si estende dall'altopiano etiopico alla costa del Mar Rosso, una delle zone più calde e aride del pianeta, con temperature che superano i 50 gradi. L'acqua è rarissima, concentrata in pochi pozzi distanti decine di chilometri. Le popolazioni Dancale che la abitano sono pastori nomadi organizzati in tribù spesso in conflitto, estremamente sospettosi verso gli stranieri.

Cesare DianaQuando la spedizione partì nel gennaio 1883, faceva parte di una missione diplomatica italiana in Abissinia. Ma dopo il completamento della missione nell'ottobre 1883, Bianchi e i suoi compagni rimasero per conto proprio. Re Giovanni suggeriva una via sicura, attraverso l'Arrhò, con scorta e guide fidate. Ma Bianchi era convinto di conoscere un percorso migliore: la via dello Zobul, lungo il fiume Golima. Il sovrano lo avvertì che quella strada era pericolosa, priva d'acqua, e attraversava territori di tribù ostili. Ma l'esploratore ferrarese era ostinato.

La lettera che Cesare Diana scrisse al cognato il 5 luglio 1884 da Seket è un documento straordinario. Con lucidità profetica, Diana racconta il primo tentativo fallito. Erano partiti da Macalè il 24 aprile. Durante la marcia, ventisei servi disertarono la prima notte. Dopo quindici giorni attraverso "pianure di sabbia senza vegetazione, catene di alture di color nero, un caldo a 45° C", raggiunsero Sereba. La guida li aveva ingannati: non era il fiume giusto. Non c'era acqua.

"L'ora della prova è suonata!", scriveva Diana. "La terza spedizione ha subìto un rovescio." Eppure non sembrava spaventato, solo consapevole dei rischi. Il racconto svela l'impreparazione che caratterizzò l'impresa. Le guide fuggivano, gli interpreti disertavano, i servi se ne andavano. Re Giovanni si era stancato di aiutarli. In una lettera al console italiano in Assab fu chiaro: "Io ho mantenuto la mia promessa, è lui che ha fatto male." A luglio rimasero solo in sei uomini. Ma Bianchi non si arrese.

Gherardo MonariL'ultima lettera conosciuta porta la data del 23 settembre 1884. È indirizzata a Giacomo Naretti, un italiano residente a Macalè. Scrivono di essere in marcia da nove giorni, di aver raggiunto le pianure degli Aissantò. Il tono è quasi ottimista. Bianchi racconta di aver incontrato un capo abissino che li ha raccomandati ai Dancali locali. Diana e Monari aggiungono brevi saluti. Sperano di arrivare ad Assab. Saranno le loro ultime parole.

Tra il 6 e il 9 ottobre 1884, circa due settimane dopo quella lettera, i tre furono uccisi insieme a otto uomini della loro scorta. L'unico sopravvissuto fu Mandaitù, la guida abissina. La sua testimonianza racconta di un attacco notturno. Sette Dancali che si erano presentati come amici diedero un segnale e altri indigeni piombarono sul campo addormentato. Non ci fu tempo di impugnare le armi. Secondo le indicazioni di Mandaitù, la località si chiamava Bobococe, nella regione di Movaja, presso un piccolo lago.

La notizia impiegò tre mesi ad arrivare in Italia. Il governo protestò con il re d'Abissinia e il sultano dell'Aussa. Il ministro Mancini, in Parlamento, cercò di scaricare ogni responsabilità sugli esploratori stessi, sostenendo che li avevano sconsigliati. Una lettera del 10 luglio in cui Bianchi rivendicava la totale autonomia della spedizione veniva usata come prova. Ma quella fierezza era costata la vita a lui e ai suoi compagni.

Per quarantaquattro anni, il luogo esatto dell'eccidio rimase un mistero. Poi, nel giugno 1928, Ludovico M. Nesbitt, un ingegnere minerario inglese, risolse l'enigma. Durante una spedizione che lo portò ad attraversare per la prima volta la Dancalia da sud a nord, Nesbitt si mise sulle tracce di Bianchi. Con interrogatori discreti e infinite precauzioni, raccolse informazioni. Il 7 giugno 1928 giunse alla pozza di Tio, nel territorio Harak.

La guida che il sultano dell'Aussa gli aveva fornito confermò in segreto che quello era il luogo. Lo fece solo al momento di congedarsi, perché temeva di essere ucciso. Quando Nesbitt tentò di erigere un cumulo di pietre in memoria di Bianchi, i Dancali reagirono con tale ostilità che dovette fuggire nella notte. Fu poi sequestrato insieme ai compagni per tre giorni in una gola vicina, a Gaiara, dove il vecchio capo Suni-maa li tenne prigionieri, convinto che fossero venuti a vendicare quel sangue versato quarantaquattro anni prima.

La Pozza di Tio disegnata da Nesbitt nel 1928La descrizione che Nesbitt fece del luogo è straordinaria. La pozza di Tio si trova in un letto di torrente circondato da pareti di gesso, con affioramenti basaltici. Un posto claustrofobico, dove il sole batte a 75 gradi. Un inferno naturale, e il teatro perfetto per un'imboscata.

La storia della spedizione Bianchi ci dice molto sulla natura dell'esplorazione nell'Ottocento. Servivano preparazione, umiltà, capacità di ascoltare chi conosceva quei territori. Bianchi era coraggioso e determinato, ma la sua ostinazione si rivelò fatale. Ignorò i consigli del re Giovanni, cambiò continuamente piani, sottovalutò la mancanza d'acqua e la diffidenza delle popolazioni locali.

Gherardo Monari è forse il personaggio più tragico. Partì da Cento nel gennaio 1883 con i sogni di un giovane che voleva dare senso alla propria esistenza. Finanziò l'impresa con i soldi della sua famiglia, convinto che fosse un servizio alla patria. Non arrivò nemmeno a vedere Assab.

Oggi la Dancalia non è più uno spazio bianco sulle carte. È una delle depressioni più profonde del pianeta, con laghi salati e vulcani attivi. Conosciamo la sua geografia anche grazie a uomini come Bianchi, Diana e Monari, che pagarono con la vita il loro desiderio di sapere cosa ci fosse oltre l'orizzonte.

Il monumento a Ferrara ricorda tre nomi che dovremmo conoscere meglio. Non come eroi del colonialismo, ma come esploratori che contribuirono alla conoscenza geografica del nostro pianeta. Quando Nesbitt raggiunse la pozza di Tio nel 1928, chiamò quella visita un pellegrinaggio. C'è una fratellanza tra chi lavora nell'esplorazione. E in quel momento, un inglese rendeva omaggio a tre italiani morti quarantaquattro anni prima, uniti dal sogno di vedere cosa si nascondesse oltre le montagne dell'Abissinia.

Fonti:

Genziana Ricci
Sono Genziana Ricci, una blogger curiosa e da sempre appassionata di storia, cultura e arte. Ho creato questo blog per condividere con i lettori piccole e grandi storie del territorio di pianura bolognese, ferrarese e modenese. Credo profondamente nel valore del confronto e della divulgazione di conoscenze legate alla nostra storia, alle tradizioni e alla cultura del territorio, perché sono parte della nostra identità e possono offrire alle nuove generazioni insegnamento e arricchimento. Del resto, la storia ha bisogno di camminare sempre su nuove gambe.

 

Copyright e diritti d'autore

Sono l'autrice di tutti i contenuti presenti in questo blog, eccetto alcune immagini delle quali è citata la provenienza e/o l'autore.
Tutti i diritti sono riservati, è vietata la riproduzione e l'utilizzo di testi e immagini presenti nel sito, salvo espressa autorizzazione da richiedersi attraverso il modulo Contatti.

Newsletter