Quando il nome non basta: l'importanza dei soprannomi (scucmai) nella cultura popolare

In una bella mattina primaverile degli anni '50, s'alzan le serrande delle botteghe nel paesello. Il calzolaio prepara i suoi attrezzi di lavoro. Qualcuno, dall'altra parte della strada, sta chiamando: "Chiccaja!". Il calzolaio si volta, esce dalla bottega e risponde al compaesano con un gesto di saluto.

Argelato in una foto d'epocaProbabilmente, se lo avessero chiamato per nome, Bisi Dario, il calzolaio di Argelato, non avrebbe risposto immediatamente, semplicemente perché non era in uso ai tempi (e non lo è nemmeno oggi) appellarsi ad un compaesano col suo nome di battesimo.

Ad Argelato, così come in altri paesi limitrofi, i soprannomi (i "scucmai") da sempre contraddistinguono sia famiglie che persone per qualche loro particolarità: un evento di cui sono stati protagonisti, una qualche caratteristica dell'aspetto fisico, un mestiere, un determinato atteggiamento tenuto in una particolare occasione.

E più le persone stanno vicine, più la necessità di dare loro un soprannome diventa stringente. E viceversa: il soprannome crea aggregazione, indica l'appartenenza ad un gruppo.

Voi penserete che non è molto diverso da quanto accade oggi su forum e social. Ma invece, c'è una sostanziale differenza: nell'ambito digitale, il nickname è scelto da noi per identificarci; in questo ambito, invece, il soprannome te lo danno gli altri al fine di "riconoscerti" come parte integrante di una comunità.

Nell'articolo “Buongiorno, in cosa posso servirla?”: botteghe ed attività storiche ad Argelato ho già accennato ai soprannomi di alcuni abitanti di Argelato. Ve ne sono alcuni decisamente singolari ed a renderli ancora più caratteristici è la pronuncia, in dialetto bolognese.Argelato Borgata San Giacomo

C'era, ad esempio, il già citato Chiccaja, il calzolaio Dario Bisi, che sembra debba il soprannome ad un parente, Francesco Bisi, calzolaio anche lui, da tutti chiamato Checco. Demetrio Angelini, il merciaio ambulante, invece, veniva chiamato Al Pâg' (il "Paggio"), perché da bambino faceva il paggetto durante alcune cerimonie locali.
L'appellativo è stato poi esteso, proprio come per Bisi, a tutti i componenti della sua famiglia. A volte, come raccontano alcune fonti, non sempre il "trasferimento" era gradito.

Come già detto, l'appellativo può riferirsi a particolari fisici della persona o a particolari atteggiamenti: Augusto Lanzi, un bracciante che abitava in località Ronchi era chiamato dunque Zént omen (Cento uomini); chiamavano Bòia Càn tal Luigi Chiarini, piccolo proprietario agricolo di San Giacomo, oppure Cagna mègra un altro bracciante della stessa zona, Ildebrando Muzzi.
Potrei continuare ancora a lungo, e non escludo che succederà con altri articoli. Qualunque sia il motivo di un soprannome, una volta pronunciato, rappresenta il passaggio attraverso un secondo battesimo, quello comunitario.

Che il nuovo appellativo piacesse o meno, comunque, è bene fare notare che non v'era cattiveria alcuna né desiderio di umiliare nessuno: i "scucmai" rappresentano ancora oggi un'interessante esempio di usanza popolare e la loro vivacità espressiva è testimonianza di una comunità che desidera rimanere unita e non allontanare qualcuno dal suo contesto.

Paradossalmente, sono nati in un tempo di cui forse non si ha più memoria, ma rappresentano un modo per tramandare il racconto di un episodio, descrivere una persona del passato, ampliando la nostra visuale su quello spaccato di cultura popolare e vita quotidiana che caratterizza ancora oggi la nostra provincia.

 

Ringraziamenti e bibliografia:


- Si ringraziano Romano Guizzardi, Enzo Ziosi e Vincenzo Veronesi per avere ispirato, coi loro racconti, la scrittura di questo articolo.

- "Artigiani ad Argelato - Materiali fra tradizione ed innovazione in un comune della pianura bolognese" - Autori Vari (1986) - capitolo "I soprannomi (i scucmài)", pagg. 67/70

- "Cultura tradizionale e vita di paese nel territorio di Argelato" - Gian Paolo Borghi (1992) - capitolo "Bajéina, Bòia, Càn e Brosk (ovvero i soprannomi)", pagg. 34/35

 

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