Borgate ed altri itinerari

The Vitruvio Horror Live Show 2023: vita e morte vanno in scena

Il 1° Novembre ho avuto modo di partecipare ad una visita guidata a Bologna organizzata dall'Associazione Vitruvio di Bologna. Il percorso era incentrato sulle tematiche della vita e della morte, con particolare riguardo alla storia di antiche confraternite religiose, ai misteri della medicina ed a incredibili e spettacolari esperimenti condotti in questa città, ma anche altrove, da importanti studiosi.

 

Piazzetta della vita e della morte, BolognaLa Zdaura Onorina Pirazzoli e la guida Marco Molina sono stati i nostri accompagnatori in questo curioso e un po' macabro viaggio.

Stemma Compagnia della VitaSiamo partiti dall'angolo tra via dell'Archiginnasio e la stretta via dei Musei per sostare nel luogo in cui vita e morte si guardano ancora faccia a faccia: la piccola piazza che divide il Portico della Morte dal Santuario di Santa Maria della Vita. Questo luogo ci ricorda che nel Medioevo esistevano due confraternite religiose, la Compagnia della Vita e la Compagnia della Morte dedite l'una all'assistenza dei pellegrini, dei poveri e dei malati e l'altra all'assistenza dei condannati a morte, attraverso la fondazione di due ospitali.

Stemma Compagnia della MorteL'intero isolato, tra simboli ed epigrafi, richiama continuamente alla loro presenza in città. Sugli stemmi delle due confraternite sono ben distinguibili, insieme ai simboli delle compagnie, i flagelli, che contraddistinguono la pratica della flagellazione alla quale questi ordini religiosi si sottoponevano.

Con decreto napoleonico nel 1801 ambedue le istituzioni furono fatte confluire nel “Grande Ospedale della Vita e della Morte”, l’Ospedale Maggiore, che si trovava in via Riva Reno, dove ora è il Palazzo dello Sport.

 

Voltone del Museo Civico di BolognaIl nostro cammino è proseguito fino al voltone che unisce il Museo Civico con l'Archiginnasio, sopra il quale è esposta un'interessante epigrafe, che cita:

Quest'arco su la via a congiungere biblioteca e archivio fabbricato nel 1861 ricorda ai nepoti con gli antichi nomi dei due edifici Archiginnasio e Ospedale della Morte insegnamento di civile grandezza datoci dagli avi quando posero ad abitare vicino alla sapienza la carità”.
L'iscrizione è stata posta a memoria della fondazione nel 1881 del Museo Civico, un luogo nato inizialmente per unire le raccolte archeologiche donate da Pelagio Palagi (1775-1860) e quelle dell'Università, su proposta di Luigi Frati, segretario della Deputazione di Storia Patria, nel 1860. Ci volle del tempo per portare la proposta a compimento, ed alla fine si definì che la sede più idonea per ospitare il museo fosse il quattrocentesco Palazzo Galvani, ex Ospedale della Morte, che venne acquistato dal Municipio e restaurato a cura dell'ingegnere capo Coriolano Monti (1815-1880). Sotto il voltone è esposto appunto lo stemma della Compagnia della Morte.

 

Archiginnasio, BolognaLa nostra visita è proseguita all'Archiginnasio. Costruito per volere del Cardinale Borromeo, questa struttura riunì nella metà del XVI secolo la realtà frammentaria dello Studio Bolognese (l'attuale Università di Bologna), che dal 1088, anno convenzionale della sua fondazione, aveva vissuto in simbiosi con il Comune sotto i portici, nelle case private, nei monasteri e negli spazi cittadini affittati all’occorrenza per le lezioni e le assemblee.
Il chiostro interno, circondato da un meraviglioso ed ampio loggiato, è organizzato su due livelli; stilisticamente risente dei modelli tipici dei collegi universitari, ma nello stesso tempo ricorda i cortili dei palazzi nobiliari della città.

Teatro Anatomico Bologna ArchiginnasioSiamo saliti al piano superiore dalla scala dei Legisti, gli studenti di giurisprudenza. Le scalinate, le sale e i corridoi del palazzo sono tutte adorne di stemmi araldici, iscrizioni e targhe che avevano la funzione di ricordare il nome e la provenienza degli studenti. Si conta che originariamente ce ne fossero più di 7000. Una parte andarono sfortunatamente distrutti con i bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Ci siamo diretti al Teatro Anatomico, progettato nel 1637 da Antonio Paolucci detto il Levanti e realizzato completamente in legno d'abete in modo da assorbire i cattivi odori. Nel luogo si svolgevano lezioni di anatomia spettacolo, che portavano in questa sala non solo gli studenti di medicina, ma anche curiosi, stranieri, aristocratici e clerici. All'interno del teatro vige una sorta di gerarchia strutturale e concettuale: le figure a mezzo busto collocate in alto rappresentano personaggi minori dell'anatomia e della medicina. Le dodici sculture a figura intera collocate invece sul livello più basso rappresentano eminenti dottori che hanno fatto la storia della disciplina, come Galeno, Ippocrate, Malpighi, Mondino, Tagliacozzo.
In fondo alla sala si trova la cattedra del professore che teneva le lezioni e dava istruzioni su come effettuare le operazioni di dissezione degli organi. Le colonne portanti che la sorreggono prendono il nome di “Spellati” o “Scorticati”, in quanto raffiguranti due uomini nudi e privi di cute con i muscoli contratti.

Al centro della sala si trova il tavolo in marmo dove veniva predisposto il cadavere sul quale venivano eseguite le incisioni ed estrazioni affinché tutti i presenti potessero osservare i dettagli dei vari organi esaminati.

Nel soffitto ligneo a cassettoni, realizzato nel 1645, si trova un cielo stellato con quattordici costellazioni ed al centro la figura di Apollo, protettore e Dio delle Arti mediche.

 

Preparazione della Teriaca, Cortile dell'ArchiginnasioDopo la visita al teatro, ci siamo radunati nel cortile scendendo dallo scalone degli Artisti, gli studenti delle arti liberali. Il cortile fu teatro di numerosi avvenimenti legati alla storia dello Studio. La cerimonia più pittoresca era la preparazione della teriaca, farmaco ottenuto dalla combinazione di ben cinquanta elementi che fungeva da panacea contro tutti mali e in particolare contro il morso degli animali selvatici e velenosi. Poiché si riteneva che la causa del male potesse rappresentarne anche la cura, uno degli ingredienti più importanti della teriaca era proprio la carne di vipera. Ma si dice che tra le decine di erbe che la componevano ci fosse anche l'oppio. La preparazione durava due mesi, dopo i quali il farmaco miracoloso veniva distribuito in piccoli vasi sia a farmacie che a drogherie. Addirittura, si preparavano anche polpette di teriaca. La teriaca fu in grande auge dal XV al XVIII secolo, ma venne prodotta ancora fino ai primi anni del ‘900.
Tornando ai serpenti, se ci pensiamo, tutte le farmacie hanno un simbolo, il caduceo, che raffigura due serpenti attorcigliati intorno ad un bastone alato. I due serpenti rappresentano uno la dose terapeutica e l'altro la dose tossica, il veleno. Il farmacista, rappresentato come il bastone alato, si eleva sopra le parti in quanto conoscitore dell'una e dell'altra. In breve è l'unico in grado di frapporsi tra il farmaco e il veleno dato che conosce il giusto dosaggio. Il serpente, inoltre, è un rettile che cambia pelle rigenerandosi, proprio come fa la medicina.

 

Stemma americano ArchiginnasioPrima di uscire abbiamo osservato lo stemma “americano”, un affresco che si trova nella parte di loggiato successiva all'ingresso dell'Archiginnasio. Fu realizzato in onore del Cardinale Benedetto Giustiniani e glielo dedicò Diego de Leon Garavito, uno studente spagnolo nativo di Lima in Perù, venuto dalle Americhe all'inizio del Seicento per studiare all'Università di Bologna.

In alto, si trova lo stemma Giustiniani ed in basso altri tre stemmi: a sinistra, quello di Lima, al centro quello del Comune di Bologna, a destra quello di Diego de Leon Garavito. E' affascinante l'analogia fra i tre Re Magi che seguono la stella raffigurati nello stemma di Lima e il lungo viaggio di Diego per arrivare fino a Bologna. Questo è il più rappresentativo ed emblematico, ma in realtà, di stemmi di Garavito sui muri dell'Archiginnasio ce ne sono ben sei; il meglio conservato, si trova sulla parete meridionale della Sala 8.
Nel 1803, con l'arrivo di Napoleone, si decise di spostare l’Ateneo bolognese dalla storica sede dell’Archiginnasio al decentrato Palazzo Poggi e successivamente all'intero quartiere nord-orientale della città, dove si trova tutt'oggi. L'Archiginnasio dal 1838, dopo essere stato per alcuni anni scuola elementare, diventò sede della celebre Biblioteca che tutt'oggi conosciamo.

 

Monumento a Luigi Galvani, BolognaUna volta usciti dall'Archiginnasio, abbiamo raggiunto l'ultima tappa del nostro percorso, il monumento dedicato a Luigi Galvani. Padre dell'elettrofisiologia, Galvani fu lo scienziato bolognese più illustre del XVIII secolo. Attraverso le sperimentazioni sulle rane studiò e comprese i funzionamenti dei nervi e dei muscoli, conduttori e ricettori degli stimoli celebrali. Tra il gennaio e il febbraio del 1798 presiedette la famosa “funzione anatomica”, un ciclo di lezioni di anatomia umana sul cadavere, che veniva svolto ogni anno durante il Carnevale presso il Teatro Anatomico.

Giovanni Aldini, suo nipote, oltre a proseguire gli studi dell'elettricità animale dello zio, pensò di estenderli su salme umane, collegando elettrodi a teste oppure a corpi decapitati, ottenendo l'apertura degli occhi, il movimento degli arti o il sobbalzare dei corpi interi. Diede dunque vita a dei veri e propri morti viventi, che diventarono ben presto oggetto di spettacolo. L’obiettivo di Aldini era quello di riportare in vita i morti, ma c'era un problema: in quasi tutta Europa i condannati a morte venivano ghigliottinati e non vi era la possibilità di lavorare su salme integre. Per questo si spostò a Londra nel 1803, dove vigeva la condanna a morte per impiccagione. Il suo esperimento più spettacolare fu quello che si svolse il 17 gennaio 1803 al Royal College of Surgeons, sul corpo del ventiseienne George Forster.

In Piazza Galvani, alcuni tra i partecipanti alla visita sono stati scelti per recitare e mostrare ai presenti come si svolse l'esperimento: c'è chi rappresenta Aldini, chi il cadavere e chi l'assistente. Ma soprattutto, ci sono i cavetti.
Aldini collegò i poli di una batteria da 120 volt a diverse parti del corpo di Forster: il volto, la bocca, le orecchie...e anche il retto.
Il cadavere riprese vita, come una marionetta, aprendo un occhio, muovendo la mascella, inarcando la schiena, sollevando i polmoni, battendo il braccio sul tavolo. Per pochi minuti il cadavere del ragazzo cominciò a respirare e il cuore a battere, tuttavia la morte celebrale non poteva riportarlo in vita e alla fine della dimostrazione i cavi furono levati dal corpo. Fu uno spettacolo così scioccante che l’assistente di Aldini, Giuseppe, morì di infarto poco dopo a causa dello spavento.

Esperimenti di Giovanni Aldini sui cadaveriAldini non riuscì mai a realizzare il sogno di resuscitare i morti, eppure qualcuno in Inghilterra elaborò in modo molto particolare i suoi esperimenti. E' molto probabile infatti che il romanzo di Mary Shelley, “Frankenstein, o il moderno Prometeo”, scritto nel 1818, sia stato ispirato dai macabri esperimenti di Aldini. La scrittrice inglese rivelò infatti di aver scritto il libro dopo un incubo notturno forse causato dai racconti del padre, William Godwin, degli esperimenti spettacolari e raccapriccianti di Giovanni Aldini, del quale era conoscente o amico.

 

Al termine di questo incontro siamo rimasti un attimo in silenzio. Poi, come succede alla fine di ogni spettacolo ben riuscito, uno di noi ha cominciato ad applaudire e tutti noi lo abbiamo seguito.

 

Abbiamo compreso quale stupore destarono le dimostrazioni e gli esperimenti di medici ambiziosi, dotati di grande capacità di intuizione...e anche di un certo gusto del macabro. Molte delle scoperte di quei tempi sono alla base della moderna medicina.

Tuttavia, mi sono detta attraversando a piedi Piazza Maggiore, vita e morte conservano ancora dei misteri che non sappiamo se verranno mai svelati. Dunque, il sipario non si è ancora abbassato sul grande palcoscenico della nostra esistenza.

 

 

Link utili per approfondire: