Biografie, storia, tradizioni

Sant'Antonio Abate nella tradizione popolare e contadina

E' venerdì pomeriggio nella campagna. Camminiamo lungo la strada provinciale che da Argelato conduce a San Giorgio di Piano, ammirando la bella tenuta immersa nella campagna che spicca con la sua torretta a qualche centinaio di metri di distanza.
La troppa curiosità ci spinge fino al suo cancello di ingresso, ma non abbiamo il coraggio di suonare: siamo come pellegrine in un viaggio, ci limitiamo ad osservare, ma con discrezione.
Ad un certo punto, vengo attratta da un'immagine votiva scolpita su uno dei fianchi in muratura del cancello di accesso. E' un santo dalla lunga barba, vestito di un saio, regge un bastone a forma di T ed ai suoi piedi c'è un maiale. Lo riconosco subito, poiché dovunque vado nelle nostre località di campagna, lo incontro: è Sant'Antonio Abate.


Sant'Antonio AbateAlcuni si chiederanno, come ho fatto io, il perché della sua presenza fuori dai cancelli di una tenuta agricola ed il motivo per cui questo santo è diventato così emblematico per la nostra campagna e, più in generale, per la cultura popolare padana.

Conosciuto più localmente come "Sant'Antòni dal Campanén", si narra che questo santo fosse nato in Egitto e fosse figlio di agiati agricoltori cristiani. Alla morte dei genitori, donò tutti i suoi possedimenti ai poveri e decise di condurre una vita solitaria, in preghiera, anche se continuamente tormentato dalle tentazioni del demonio.
Sant'Antonio Abate è considerato l'iniziatore del monachesimo e si dedicò a lenire i sofferenti operando, secondo tradizione, liberazioni dal demonio e guarigioni, in particolare dall'epidemia di quella malattia che prese il nome di "Fuoco di Sant'Antonio".

Sant'Antonio Abate con gli animali della fattoriaL'iconografia nell'arte di questo santo è altrettanto interessante ed attraverso di essa possiamo riconoscerlo immediatamente. Nel periodo medievale fu l'opera dell'ordine degli Ospedalieri Antoniani, che ne consacrò il culto e gli aspetti iconografici più caratteristici: il santo è ritratto ormai avanti negli anni, mentre incede scuotendo un campanello (come facevano appunto gli Antoniani), in compagnia di un maiale (animale dal quale essi ricavavano il grasso per preparare emollienti da spalmare sulle piaghe). Il bastone da pellegrino termina spesso con una croce a forma di tau che gli Antoniani portavano cucita sul loro abito. Thauma in greco antico significa stupore, meraviglia di fronte al prodigio, ma secondo altre fonti il bastone potrebbe rappresentare semplicemente una stampella, come emblema del dovere del monaco medievale di aiutare gli zoppi e gli infermi.
Quanto al campanello, nel secolo XVII, i maiali appartenenti agli Ospedalieri di Sant'Antonio godevano di speciali diritti di pascolo ed erano appunto contraddistinti dal campanello, che secondo alcuni poteva essere comunemente usato per cacciare gli spiriti maligni e potrebbe alludere alle tentazioni di Sant'Antonio.

Vi sono inoltre numerose tradizioni, consuetudini e rituali propiziatori legati a San'Antonio Abate nel nostro territorio agricolo. I lunari ed i calendari, ad esempio, hanno rappresentato per molto tempo la possibilità, per il mondo rurale, di apprendere nozioni elementari su diverse discipline come l'agronomia, la metereologia, la storia e la letteratura. In passato venivano distruibuiti dal parroco il giorno dedicato al santo, il 17 gennaio ed affissi nelle stalle oppure alla porta delle cucine delle case coloniche.
Ma l'immagine del santo compariva anche su numerosi oggetti e manufatti del mondo contadino, come i carri ed altri strumenti del lavoro nei campi.

V'era poi la benedizione degli animali domestici, che durante la giornata del 17 gennaio venivano abbondantemente rifocillati e sottoposti ad un'accurata pulizia, non venivano impiegati nei trasporti, per il lavoro nei campi, macellati e neppure vegliati durante la notte, in quanto si diceva che acquistassero la parola e chiunque si fosse trovato ad ascoltarli sarebbe andato incontro alla morte. Si dice inoltre che il santo sia anche patrono dei fabbri e dei maniscalchi, i quali il 17 gennaio non lavoravano per evitare di accendere il fuoco di cui il santo era ritenuto essere "unico custode da quando lo prese al demonio per darlo agli uomini". Legati sempre al culto del fuoco erano anche i grandi falò, che consentivano ai contadini, a seconda della durata del rogo, di formulare pronostici per la stagione agricola.
Potremmo proseguire ancora a lungo nel parlare di tradizioni popolari legate al santo esistenti in altre località, come la Romagna o il modenese. Ma penso che quelle sopra descritte bastino a fornire uno spunto iniziale a quanti dei miei lettori vorranno approfondire il discorso.

Questi richiami e rimandi al culto di Sant'Antonio Abate, nelle nostre campagne, sono ancora presenti. E questo ci aiuta a comprenderne l'intensità.
Personalmente, a prescindere dal grado di religiosità o fede di ciascuno di noi, sono convinta che il persistere di queste credenze popolari infonda nella nostra terra grande potere ed energia, oltre a continuare a proteggerla.


Bibliografia, link e materiali utili alla scrittura dell'articolo:

- Dizionario dei soggetti e dei simboli nell'arte, di James Hall – Ed. Longanesi – IX edizione (giugno 2007)

- Cultura tradizionale e vita di paese nel territorio di Argelato, di Gian Paolo Borghi – Strumenti di lavoro n. 1 (1992)

- Sant'Antonio Abate su Wikipedia