E' l'estate del 1603. Orlando Rubini viene assassinato nella sua casa di San Giovanni in Persiceto. Sua moglie Ginevra è presente al delitto: l'omicida, per evitare che testimoni, la nasconde in casa di amici a Bologna e poi la fa allontanare dalla città. Ginevra si rifugia a Modena per qualche giorno, lascia la figlia – una bambina di sette o otto anni – dai cognati, e poi trova sistemazione a Finale Emilia, convivendo con un certo Giovanni Francesco De Vecchi.
Una donna sola, senza marito, senza reddito fisso, in una società che non lasciava molte scelte alle donne povere. Neppure due giorni dopo la morte di Orlando, però, il cognato Benedetto Rubini si presenta al vicario foraneo di San Giovanni in Persiceto, Paolo Castelvetro, con una denuncia. Non alla giustizia ordinaria: al Sant'Uffizio.
Benedetto racconta di essersi recato a svuotare l'appartamento del fratello morto e di aver trovato, sotto la paglia del letto, una "pezza" avviluppata con dentro dei fogli scritti – quelle che lui chiama "pitture" – di cui aveva capito immediatamente che "erano certe diavolarie". Nelle casse appartenenti a Ginevra aveva trovato fave, un sacchetto di sale, carbone, allume di rocca, pezzi di ramo d'olivo. Nel granaio, uno scaldaletto con dentro un pignattino pieno di acqua maleodorante. Roba da streghe, insomma. O almeno così la racconta lui. Sua moglie Giovanna e il cugino Giovanni Maria Rubini confermano tutto.
Il vicario trasmette gli atti all'inquisitore di Modena, Arcangelo Calbetti, che l'8 novembre del 1603 emana un mandato di cattura. Ginevra viene arrestata a Finale Emilia e tradotta nelle carceri dell'Inquisizione modenese. Il 22 novembre subisce il primo interrogatorio.
Alle domande di rito risponde con precisione: si chiama Ginevra, figlia del fu Giovanni Battista Gamberini, nata a Longara nel bolognese, vedova di Orlando Rubini, al momento convivente con de Vecchi a Finale. Da lì in poi le cose si complicano. L'inquisitore la incalza sui materiali trovati nelle casse. Ginevra nega di saperne alcunché. Calbetti, spazientito, glieli mette davanti uno per uno. A quel punto la donna decide di parlare – ma non per ammettere colpe proprie. Spiega che le fave, i bastoncini di olivo e tutto il resto li aveva portati in casa un prete, tale Giacomo Lodovisi da Bologna, interessato a una donna e desideroso di sapere se anche lei gli voleva bene. I sortilegi li aveva eseguiti lui, non lei, e per giunta senza alcun effetto. Lei si era limitata a riporre il materiale nelle casse a cose fatte. Quanto ai fogli scritti trovati sotto il letto, erano stati portati a casa dal marito Orlando una sera, senza spiegazioni: lui le aveva detto solo di nasconderli bene, e lei, prima di dormire, li aveva infilati sotto il pagliarizzo.
Il processo si trascina tra un interrogatorio e l'altro. Ginevra si ammala e per giorni rimane in carcere senza essere sentita. Nel frattempo dal vicario di San Giovanni in Persiceto arrivano nuove deposizioni. Stavolta coinvolgono anche la figlia: la madre le ungeva la mano, le infilava candele tra le dita, le faceva gettare le fave come oracolo. Ginevra nega con fermezza assoluta e aggiunge: "la mia puttina è di sette o otto anni e dice quello che gli fanno dire e son mal voluta et odiata e faccino mó loro che son padroni". Una frase che dice tutto. Non è solo una negazione: è l'accusa di chi sa di essere vittima di una vendetta familiare travestita da denuncia religiosa.
E non è un'impressione. Nelle prime deposizioni al vicario, alla domanda sui rapporti tra le due famiglie, Benedetto aveva risposto che non erano più in contatto "per la sua mala vita che teneva". Stesse parole dalla moglie Giovanna. La "mala vita" di Ginevra – una donna che, con il consenso del marito, intratteneva uomini facendo loro "carezze e cortesie", come lei stessa dirà senza imbarazzo – era evidentemente una spina nel fianco per i cognati. La morte di Orlando, l'unico che avrebbe potuto difenderla, aveva aperto la porta. Due giorni dopo il funerale, Benedetto era già dal vicario.
Il 18 dicembre 1603, come da procedura inquisitoriale, viene proposto a Ginevra un avvocato d'ufficio. Lei lo rifiuta, rimettendosi alla "misericordia" dell'inquisitore. Il giorno dopo inizia la tortura della corda: le mani legate dietro la schiena, sollevata in aria dalla carrucola, poi lasciata cadere di colpo, con gli strattoni della fune a strappare urla e confessioni. Ginevra viene sottoposta alla procedura per tre volte. Il notaio che verbalizza la seduta annota le sue smorfie di dolore, i suoi gridi. E tra un tormento e l'altro si sentono le sue parole: "Nostra donna, accettatemi, che sono morta". Non c'è confessione. Non ammette nulla.
La condanna arriva comunque. Pene salutari: un periodo di alimentazione a pane e acqua, la recita quotidiana della corona della Beata Vergine per tre mesi, cinque Pater Noster e cinque Ave Maria in ginocchio davanti a un'immagine sacra nella Pasqua successiva. Condannata senza confessione, sulla base delle denunce dei cognati e degli allegati sequestrati.
Qui si apre la questione che rende questo processo tanto inquietante quanto istruttivo. I fogli incriminati – le presunte "scritture sortileghe" – sono composti parte in volgare e parte in latino, con una certa cura. Uno di essi, tra i più espliciti agli atti, reca come titolo un'istruzione per farsi volere bene dalle donne. Ora: come avrebbe potuto scrivere quei testi Ginevra Gamberini? In calce agli atti processuali c'è la sua "firma": una croce. Il notaio verbalizza con precisione – "confirmavit signo crucis cum nesciret scribere" – che Ginevra ha sottoscritto apponendo il segno della croce perché non sapeva scrivere. Non sapeva leggere, non sapeva scrivere. Analfabeta in modo documentato, accusata di aver redatto sortilegi elaborati in due lingue.
Come spiegare questa contraddizione? La risposta più verosimile è quella che Ginevra stessa aveva tentato di dare fin dal primo interrogatorio: i fogli li aveva portati a casa il marito Orlando. E Orlando era morto ammazzato. Quanto alle fave e al materiale magico, erano stati portati da un prete. Le denunce dei cognati arrivavano due giorni dopo la morte del marito, con motivazioni che avevano tutto il sapore di un regolamento di conti. Nel sistema giuridico inquisitoriale del tempo l'imputato era colpevole fino a prova contraria, e le prove contrarie doveva fornirle lui stesso – il che era pressoché impossibile per una donna sola, povera, senza protezioni.
Il caso di Ginevra Gamberini ci racconta qualcosa che va oltre la sua vicenda personale. I processi per stregoneria del Seicento non erano quasi mai solo questioni di magia. Erano strumenti di regolazione sociale, valvole di sfogo per tensioni che la comunità non riusciva a risolvere altrimenti. Le donne sole, le vedove, le concubine, le povere erano bersagli facili: non avevano voce, non avevano protezioni, e la loro esistenza "irregolare" era già di per sé motivo di sospetto. Il Tribunale dell'Inquisizione offriva a chi voleva vendicarsi uno strumento efficace e quasi privo di rischi. Bastava presentarsi dal vicario con qualche testimone d'accordo.
Ginevra resistette. Sotto tortura, in carcere, malata, sola, tenne duro. Non confessò nulla. Eppure fu condannata lo stesso. Al termine del processo tracciò la sua croce, quel segno che era tutto ciò che sapeva fare con una penna in mano. E con quella croce firmò una condanna per sortilegi che, con ogni probabilità, non aveva mai compiuto.
Fonti:
- Gamberini, Ginevra – Ereticopedia.it
- Video "Eccellentissima Strega. Tre processi dell'inquisizione" (Documentario Rai Storia, 2015)
- Video "La caccia alle streghe" con Alessandro Barbero (Documentario Il Tempo e la Storia, 2020)
- Processo contro Gamberini, Ginevra (Rubini, Ginevra) – Archivio di Stato di Modena, Tribunale dell'Inquisizione di Modena, Processi, b. 22, fasc. 20 – disponibile online su Lodovico Media Library
- Approfondimenti:
- Gian Luca D'Errico, "I sortilegi", in "Sortilegi amorosi, materassi a nolo e pignattini" a cura di Umberto Mazzone e Claudia Pancino (Carocci, Roma 2008) – pagg. 119/170
- Tra stereotipi e anomalie: per una prosopografia delle streghe in età moderna – Ereticopedia.it
- Elisabeth Mantovani, Inquisizione e stregoneria a Modena
- Genziana Ricci, I tre processi modenesi per stregoneria tra il 1539 e il 1634 - Storiedipianura.it






