E' il 22 gennaio 1710. Una ragazza di appena 23 anni viene condotta sul patibolo allestito in Piazza San Petronio a Bologna e lì impiccata. Lucia Cremonini paga con la morte uno dei crimini ritenuti più gravi al tempo del governo pontificio: l'infanticidio.

 

Medea che uccide i figli, incisione di Bossi BenignoPer raccontare questa drammatica storia, parto non a caso dalla fine perché in realtà quel che conta sta nel mezzo, ovvero il significato della morte di Lucia per quell'epoca.

 

E' il carnevale del 1709 a Bologna. La città è in pieno fervore per i festeggiamenti. Lucia Maria Cremonini, originaria di Manzolino, si è trasferita a Bologna da qualche tempo con la madre rimasta vedova ed ha trovato impiego come donna di servizio.
Sta passeggiando sotto i portici nei pressi di Piazza Maggiore quando uno sconosciuto giovane prete la avvicina e la conduce in un vicoletto buio dove la violenta ripetutamente. Poi la porta a mangiare pane, tagliolini e mortadella in un'osteria e successivamente la riaccompagna a casa, in via del Borgo di San Pietro. Ma poiché il portone, data l'ora tarda, è chiuso, la conduce nella casa di una donna in via Fiaccalcollo, perché vi dorma quella notte. Poi se ne va e di lui si perdono per sempre le tracce.

 

Lucia non denuncia l'aggressione, per alcune ragioni fondamentali: la prima era che sapeva che non avrebbe avuto alcun risarcimento dalla giustizia dello Stato Pontificio visto che le trasgressioni sessuali dei preti erano messe prontamente a tacere; la seconda era che lei era una ragazza onesta e pura fino al momento dello stupro e portare il fatto alla luce avrebbe potuto compromettere le possibilità di un matrimonio onorevole, comportare la perdita della dote che il Comune assegnava alle ragazze povere e segnare per sempre il suo destino e degrado sociale. Non era forse già accaduto nel 1625 a quella Lucia Grimaldi, che, violentata da un prete, aveva visto soffocare la causa dal Tribunale ecclesiastico ed era finita a prostituirsi?

E poi, se vogliamo, qui gli elementi per un'indagine sono pochissimi: in pieno carnevale, periodo per eccellenza di illusioni e travestimenti, un uomo in abito da prete si avvicina ad una giovane e senza nemmeno dirle il suo nome approfitta di lei e poi scompare nel nulla.
Da qui innanzi abbiamo dunque una sola versione dei fatti: quella raccontata da Lucia, che dopo poco si accorge di essere incinta. Tiene nascosta a tutti la gravidanza, persino, a quanto sembra, alla madre. Racconta ai vicini che soffre di una malattia che le gonfia il ventre. Cerca di provocarsi l'aborto, ma senza successo. Partorisce il figlio da sola in una minuscola stanza, la mattina del 5 dicembre 1709, mentre la madre è al lavoro in campagna.

 

PartorienteA questo punto, mi fermo un attimo, perché quello che sta per accadere è il frutto di un grave disagio sociale. Lucia avrebbe potuto affidare il nascituro indesiderato ad una di quelle confraternite ed associazioni devote che si erano assunte il compito di accogliere e allevare i bambini abbandonati. C'erano congegni rotanti collocati sui muri esterni di ospizi ed ospedali di tutta Italia, chiamati “ruota”, che consentivano di trasferire l’infante dall’esterno all’interno della struttura. A Bologna, l'Ospedale dei Bastardini offriva questa possibilità, ma già nel ‘700 le regole erano cambiate e chi voleva accedere al servizio doveva impegnarsi a pagare un contributo ed impegnarsi nel pagarlo regolarmente. Quindi, addio ruota e addio anonimato “per evitare che il ricorso all’ospedale diventasse una valvola di sfogo delle famiglie povere”.

 

Ruota degli EspostiLucia non poteva permettersi di pagare la retta, né di subire la vergogna pubblica. In quel momento si sente in un vicolo cieco e il panico l'assale: nessuno deve scoprire che lei ha partorito e così prende un coltello e taglia la gola al nascituro. L'intenzione è quella di seppellire il piccolo cadavere di nascosto, affinché nessuno se ne accorga.

Ma è troppo tardi: alcuni vicini allertano le forze dell'ordine, che la trovano esausta sul letto, con il cadavere del figlio in un sacco. All'inizio la ragazza non ammette il delitto, forse la creatura ha sbattuto la testa cadendo, ma la ferita e il coltello parlano chiaro e Lucia finisce nel Carcere del Torrone. La madre, interrogata, afferma di essere estranea all'intera faccenda e viene rilasciata il 23 dicembre. Lucia, abbandonata da tutti, il 31 dicembre finalmente confessa l'infanticidio.

La ragazza si trova in un mare di guai. Oltre ad essere donna, povera, senza padre né marito, nella Bologna papalina ha commesso un crimine gravissimo: ha ucciso il figlio senza dargli un nome e senza che fosse battezzato, privandolo così della possibilità di essere iscritto di diritto nel Libro della Vita. Non solo: la ragazza, avendo dato e tolto l’anima al figlio, si è avocata un diritto divino.

Durante l'interrogatorio, oltre alla premeditazione, altri elementi danno adito ad ulteriori considerazioni e valutazioni sull'imputata. Lucia Maria tiene a precisare che lo sconosciuto che l'aveva violentata non le aveva dato denaro e che all'osteria ognuno aveva pagato il proprio conto: pertanto, la cena consumata non è il compenso per un gesto di prostituzione compiuto da una ragazza disperata e l'azione compiuta da Lucia si configura come la consapevole trasgressione della norma morale e non come un fatto indotto dalla miseria.

 

Quindi Lucia, oltre a essere una miserevole infanticida, è anche una donna di dubbia morale.

 

Bologna, Voltone del PodestàL'esito del processo è abbastanza intuibile, tuttavia il difensore di Lucia, Giacomo Arrighi (ma altre fonti citano Alessandro Dolfi), chiamato “l'avvocato dei poveri”, tenta in ogni modo di attenuare la responsabilità di Lucia e di contrastare l'opinione che il Tribunale si è creato di lei: è una ragazza onesta, come testimoniano il suo parroco e le famiglie dove ha lavorato come domestica, e il suo onore è la cosa più importante che ha.

Ma per la Congregazione criminale, formata dal cardinale legato, dal vice-legato e dall'auditore, è troppo. Il 21 gennaio la sentenza viene redatta e notificata a Lucia: “In nome di Dio e di Cristo diciamo, pronunciamo, decidiamo, dichiariamo e definitivamente sentenziamo che Lucia Cremonini sia sospesa con un laccio, così che muoia e l'anima si separi del suo corpo”.

 

Quella stessa sera, Lucia viene affidata alle cure della Conforteria della Confraternita di Santa Maria della Morte. L’istituzione, che a Bologna risaliva al XV secolo, era nata al fine di confortare i condannati alla pena capitale, esortandoli a pentirsi e a confessare i propri peccati, in modo da presentarsi puri al cospetto di Dio. Lucia, “ricevuta et accolta con tutta carità” accetta di buon grado la guida spirituale degli uomini della confraternita, “con attentione ascoltava quanto le veniva suggerito per la salute dell'anima sua” mostrandosi particolarmente devota, attenta, partecipe e soprattutto coraggiosa nell'ascoltare ed accettare quanto doveva succedere.

Questo suo atteggiamento docile e remissivo le procura la compassione della folla, chiamata da un pubblico editto ad assistere all’esecuzione il 22 gennaio. Il boia la appende come da rito, ma in questo caso specifico, anziché l'esultanza, prevale la commozione generale.
Ma se l'anima di Lucia poteva dirsi salva perché riconciliata con Dio e con la comunità, purtroppo lo stesso non si può dire per il suo corpo. La ragazza in vita si è infatti macchiata di un crimine orribile e disumano, pertanto il suo cadavere non viene sepolto subito ma concesso ai medici affinché su di esso conducano una pubblica lezione di anatomia: una procedura utile ai fini didattici, ma oltraggiosa per il cadavere e dunque riservata ai criminali comuni.

Un altro “spettacolo” che richiamava la folla in piazza San Petronio durante i festeggiamenti del carnevale ed al quale la stessa Lucia aveva probabilmente assistito solo l'anno prima.

Dare l'Anima di Adriano ProsperiIo non credo di avere abbastanza competenze per leggere i fatti ed analizzarli secondo la cultura, le leggi, il contesto storico e la società dell'epoca. Rischierei di interpretarli secondo il nostro tempo e non credo sarebbe un approccio corretto.

Ma Adriano Prosperi, professore di Storia Moderna all'Università di Pisa, capitato sul processo di Lucia Cremonini mentre stava lavorando sulle schede delle confraternite che accompagnavano i condannati perché cristianamente accettassero la morte, nel suo libro “Dare l'anima”, edito da Einaudi Storia nel 2005, grazie a un'esemplare ricerca condotta nelle direzioni più diverse, apre un acceso dibattito nel quale principi teologici, morali e scientifici si fronteggiano intorno all'essenza della vita e alla natura dell'anima. La sorte di una madre e quella del suo piccolo appaiono così inestricabilmente legate ai modi in cui la cultura dell'epoca affrontò un problema centrale nella storia delle nostre civiltà: se esista e in che cosa consista la speciale natura dell'essere umano.

 

La tragica vicenda di Lucia rimanda a quelle di moltissime altre donne di quel tempo, il cui crimine più comune era proprio l'infanticidio. Almeno cinque di esse vennero appese nel Seicento, ma anche se nel secolo successivo sopravvenne un maggiore clima di clemenza, Lucia non scampò il patibolo.

Forse il suo passaggio da esecrabile penitente e madre assassina, a donna degna del Paradiso, capace alla fine di morire con dignità, oltre a rappresentare la sua salvezza, doveva essere anche da esempio alla comunità ed un modo per dimostrare con quanta compassione potesse essere trattata la condizione femminile al tempo.

 

In questa storia dai complicati intrecci di leggi ecclesiastiche e civili, come racconta Adriano Prosperi nel suo libro, Lucia arriva alla fine del mondo con la speranza nella sopravvivenza al di là del supplizio. Quella morte poteva dare l'anima, esattamente come il battesimo. La ragazza, liberatasi dall'angoscia e dal senso di colpa, scopre un’imprevista capacità di offrirsi come un modello amato ed inimitabile e per un giorno riesce a fare della maschera scelta la stessa sua sostanza.

 

 

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