Argelato, 2 agosto 1951: scoppio delle bombole di acetilene e ossigeno

La foto che accompagna questo articolo è stata scattata da un fotoreporter de Il Resto del Carlino 68 anni fa. Ritrae una Argelato stranamente inquietante: il centro della nostra piccola cittadina sembra una città del Far West, deserta e silenziosa. La strada sterrata che la attraversa è erosa dal caldo estivo ed ingombrata da resti di oggetti dimenticati, le macine del Molino Venturelli sono abbandonate appoggiate al muro e la parete nell'angolo nord-est della Mota è annerita.
Questo era il panorama che si presentava al visitatore della cittadina all'indomani del 2 agosto 1951.

 

Argelato nell'agosto del 1951Erano le 9.30 del mattino ad Argelato. Una giornata che cominciava come tutte le altre, forse solo più calda del solito.

Davanti alla bottega di Veronesi, sul lato est della Mota di Argelato, si fermò il camioncino di Costante Cocchi, che trasportava un carico di bombole di acetilene e ossigeno per conto della Società industria italiana ossigeno di Bologna.

Queste bombole venivano utilizzate per la saldatura dei metalli ed all'occorrenza anche per illuminare le case.

Sul camion c'erano 58 bombole: 50 di ossigeno e 8 di acetilene.

Le operazioni di scarico cominciarono. Ad attendervi vi erano Francesco Veronesi (il Lantarnér), suo figlio Vincenzo di 27 anni, suo fratello Ludovico di 40 anni, il Cocchi di 35 anni e Virgilio Mazzoni, un operaio della Società italiana industria ossigeno.

Ad un certo punto, una delle bombole, forse di acetilene, sfuggita dalle mani di Cocchi senza che nessuno potesse prenderla per tempo, cascò a terra e saltò in aria.

E si scatenò l'inferno: lo scoppio della bombola causò la deflagrazione dell'intero carico di bombole che dovevano ancora essere scaricate.

Cocchi, Vincenzo e Ludovico Veronesi rimasero uccisi sul colpo e la violenta esplosione proiettò i loro corpi straziati ed avvolti dalle fiamme a dieci metri di distanza. Mazzoni cadde a terra in fiamme, mentre gli scoppi si susseguivano senza che ci fosse modo di arrestare la tragedia. Venne soccorso da alcuni coraggiosi che dopo molti sforzi riuscirono a spegnere le fiamme sul suo corpo.

Francesco Veronesi scampò alla strage perché più distante, ma riportando gravissime ustioni. Nonostante questo, si gettò tra le fiamme cercando in tutti i modi di trarre fuori dal rogo i corpi del figlio e del fratello e non abbandonò la scena fino alla fine.

 

Il centro di Argelato divenne deserto. Tutti cercarono di allontanarsi il più possibile dal luogo dello scoppio. Il fuoco annerì buona parte della Mota e causò un principio d'incendio nell'officina di Veronesi. La portata delle esplosioni che si susseguirono fu tale che le finestre di numerose case del paese andarono in frantumi e le schegge si scaraventarono ovunque a grande distanza: una arrivò nell'aia di una casa colonica distante circa 150 metri, dopo aver sorvolato l'asilo parrocchiale nel cui giardino giocavano una quarantina di bambini, che furono portati al sicuro dentro la chiesa, alla base del campanile; un'altra, dopo un volo di 65 metri, sfondò la grondaia del Molino Venturelli cadendo su una pensilina del primo piano e poi a terra; una terza sfondò la persiana della finestra di un appartamento finendo in una camera in quel momento vuota; una quarta penetrò in un bar lontano un centinaio di metri (probabilmente quello di Venturoli) e dopo aver sfondato due porte in legno si conficcò nel banco.

Purtroppo, anche diversi ragazzini che si trovavano molto vicini al camion vennero investiti dalle fiamme riportando in certi casi gravi ustioni.

Virgilio Mazzoni venne ricoverato al pronto soccorso di Pieve di Cento in gravissime condizioni. I medici disperavano di poterlo salvare ed infatti morì poco dopo.

 

Il centro e la strada principale vennero chiusi dai soccorritori. Nessuno di quelli che erano fuori dal paese per diverse ragioni poté avvicinarsi al luogo della tragedia fino a tarda serata, nonostante la grande preoccupazione per i parenti che lavoravano o abitavano in zona.

Persino i vigili del fuoco dovettero tenersi a debita distanza per le operazioni di spegnimento del rogo.

I funerali delle vittime si tennero il giorno dopo. Argelato era un paese sconvolto e profondamente addolorato per quanti avevano perso la vita o erano rimasti feriti.

 

Lo scoppio delle bombole di acetilene e ossigeno di Argelato, purtroppo, non è un caso isolato. Ancora oggi questa miscela è utilizzata principalmente per la saldatura ossiacetilenica, e sono documentati diversi casi molto recenti di rischio o di scoppio effettivo di bombole, sia di ossigeno, che di ossigeno in associazione con acetilene: a Pisa nel 1999, a Gallipoli nel 2009, a Rho nel 2014, ad Alessandria nel 2018.

 

Appoggio sul tavolo la foto di quell'agosto del 1951. So che ce ne sono altre di quel giorno terribile, ma non me la sono sentita di vederle. A distanza di quasi 70 anni da quella sciagura, è ancora difficile parlarne senza suscitare paura e sgomento.

Perciò concludo questo articolo rivolgendo un pensiero a quanti, oggi, a seguito di quella tragedia non sono più tra noi, a quanti hanno affrontato il fuoco per aiutare, a quanti c'erano e hanno voluto parlarne, ma anche a coloro che non se la sono sentita di farlo.

 

Documenti, testimonianze ed informazioni utili alla scrittura dell'articolo:

  • Ringrazio Romano Guizzardi, Enzo Ziosi, Vincenzo Veronesi ed alcuni fans della mia pagina facebook per le testimonianze fornite.

  • "Tre morti e un moribondo nello scoppio di un carico di bombole" – Articolo pubblicato su La Stampa del 3 agosto 1951 (disponibile anche nella Rassegna Stampa di questo sito)

  • La foto pubblicata in questo articolo è conservata presso l'Archivio Ziosi.
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