Il Passatore e il brigantaggio romagnolo di metà Ottocento

"Non v'ha mai periodico, specialmente italiano, che non faccia parola della banda di assassini guidata dal Passatore, e dello stato in cui, per fatto di essa, trovansi le Romagne...".

Così esordiva il Giornale di Roma il 22 marzo 1851, in apertura dell'articolo dedicato alle Notizie delle Province.

 

Stefano Pelloni il PassatoreEd in effetti la storia di Stefano Pelloni, meglio conosciuto come il Passatore, è così avvincente da averlo consacrato ad un mito che ancora oggi perdura, fonte d'ispirazione per diversi scrittori e studiosi.

 

Ma prima di addentrarci nelle vicende che lo riguardano, è doverosa una premessa che serva a spiegare come mai il fenomeno del brigantaggio, nel mondo contadino, ebbe il suo picco massimo proprio a metà Ottocento.

Lo storico britannico Eric J. Hobsbawn, padre degli studi sul brigantaggio sociale, definì in modo esaustivo gli elementi principali che lo compongono: è un fenomeno rurale che esiste da secoli, appare in società contadine pre-industriali, si manifesta quando l'equilibrio sociale è sconvolto da carestie, siccità, flagelli naturali e caos politico, quando la regione subisce il dominio di un potere straniero e l'amministrazione statale è troppo inefficiente per prendere misure adeguate per combattere il fenomeno.

 

L'analisi di Hobsbawm non sbaglia, in quanto le prime forme di banditismo su territorio romagnolo si attestano già dal Cinquecento, a seguito di carestie che colpirono quelle terre e causarono una crescente miseria, al punto che bande di ladri e di affamati si unirono agli ordini di Iacopo del Gallo e Pozzarino del Sesto, importanti banditi dell'epoca.

A metà Ottocento la situazione non era molto più evoluta: all'analfabetismo imperante si aggiungevano epidemie, condizioni di lavoro contadino precarie e con mezzi rudimentali ed un governo incapace di fare fronte alle necessità della popolazione.

Al tempo, la nostra penisola era divisa in tanti stati sotto il controllo dell'Impero Austro-Ungarico. Le Legazioni di Bologna, Ravenna, Forlì e Ferrara in particolare tornarono a fare parte dello Stato Pontificio, uno dei più arretrati e reazionari della penisola.

 

In questo periodo storico crebbe Stefano Pelloni. Nato a Boncellino di Bagnacavallo il 4 agosto 1824, egli deve il suo soprannome al mestiere del padre Girolamo, che faceva il traghettatore tra una sponda e l'altra del fiume Lamone. In altri casi viene chiamato Malandri, dal cognome della donna che sposò un suo bisavolo.

I genitori aspiravano ad avviarlo alla carriera ecclesiastica, perciò Stefano entrò in seminario. Ma aveva uno spirito troppo ribelle, che mal sopportava la disciplina imposta a chi vuol diventare sacerdote. Perciò abbandonò il collegio religioso e si dedicò a mestieri poco remunerativi: giornaliero di campagna, scarriolante, muratore.

Questo gli permise di acquisire contatti e conoscenze nel mondo rurale e forse anche di sviluppare una certa avversione per i possidenti, padroni delle terre coltivate con così tanta fatica da coloni e mezzadri.

 

Considerando le premesse sopra esposte, quanto, secondo voi, avrà resistito Pelloni prima di dedicarsi ad una vita da brigante?

 

A poco più di vent'anni, era personaggio ben noto alle forze dell'ordine, non solo nel Ravennate, anche se la tradizione più diffusa vuole che egli si trovò a diventare fuorilegge per una tragica fatalità: durante una festa, trovandosi a diverbio con alcuni conoscenti, forse per motivi politici, egli avrebbe lanciato un sasso contro gli avversari, colpendo però una donna incinta estranea alla rissa e uccidendo lei ed il suo bambino. Venne rinchiuso nelle carceri di Bagnacavallo, ma riuscì ad evadere e si diede alla campagna.

 

Quest'uomo cominciò a fare parlare di sé nel biennio 1849-1851, quando cioè riuscì ad unificare sotto il proprio comando i membri di altre bande del territorio ed a mettere a segno alcuni dei colpi più importanti: a Bagnara il 16 febbraio 1849, a Cotignola il 17 gennaio 1850, a Castel Guelfo il 27 gennaio 1850, a Brisighella il 7 febbraio 1850, a Longiano il 28 maggio 1850, a Lugo nel Ghetto Ebraico il 2 ottobre 1850, a Consandolo il 9 gennaio 1851, a Forlimpopoli il 25 gennaio 1851.

 

Banda del LazzarinoMa non si pensi che tutto questo fosse possibile senza un aiuto: il Passatore godeva infatti di una rete di informatori e protettori, gente che viveva nelle campagne ma anche esponenti delle forze dell'ordine, che venivano ben ricompensati o che erano costretti a collaborare per paura di ritorsioni da parte dei fuorilegge.

 

Inizialmente, il governo del tempo si dimostrò totalmente incapace di neutralizzare o almeno arginare il fenomeno del brigantaggio: notificazioni, leggi repressive, provvedimenti di disarmo o registrazione dei mezzi di trasporto, non facevano altro che aumentare la fama dei briganti e di farli apparire come gli unici in grado di mettere fine alle ingiustizie della società.

 

Alla fine del 1849, però, le cose cominciano a cambiare: le autorità romane si avvalsero di un militare che si era fatto le ossa e costruito la carriera, da semplice gendarme a ufficiale, nella lotta contro i briganti delle Marche e del Lazio: Michele Zambelli.

Il Comandante dei Carabinieri Pontifici aveva compreso che l'unico modo per colpire i banditi e catturarli era togliere loro gli appoggi: organizzò dunque delle squadre mobili in grado di inseguirli nei loro rifugi e comprese l'importanza dei pentiti, allora chiamati "riveli", che per aver salva la vita, denunciarono i loro compagni permettendone la cattura. Contestualmente, le taglie sulla testa del Passatore e dei membri della sua banda venivano aumentate al punto tale da concorrere con le ricompense ricevute dagli stessi briganti per l'appoggio ricevuto.

 

La vita di fuorilegge del Passatore andò dunque complicandosi notevolmente. La giustizia gli stava alle calcagna poiché gli informatori della polizia si moltiplicarono ed i rifugi diventarono sempre meno sicuri.
Il 21 marzo 1851, Stefano Pelloni ed alcuni dei suoi si trovavano nella casa di un collaboratore fidato, quando qualcuno li vide e li denunciò. All'arrivo della polizia scoppiò un terribile scontro a fuoco. I banditi riuscirono a scappare, dividendosi. Il 23 marzo, Stefano e Giuseppe Tasselli (detto Giazzolo) si rifugiarono in un casotto di caccia di Villa Spadina di Russi, ma i loro fucili da briganti furono riconosciuti ed essi vennero segnalati. I gendarmi accerchiarono il rifugio ed al termine dello scontro a fuoco che ne seguì, Giazzolo riuscì a fuggire, ma il Passatore cadde a terra morto.

Zambelli, una volta arrivato sul luogo, sottrasse il cadavere alle autorità di Russi con un obiettivo preciso: far sfilare la salma sfigurata del Passatore per i paesi della Romagna, affinché la gente potesse constatarne la morte per mano dei gendarmi.

 

Giuseppe Afflitti, il LazzarinoAlla morte del Passatore, sarà Giuseppe Afflitti, detto il Lazzarino, a continuare a terrorizzare tutta la Bassa Romagna con una sua banda fino a quando, catturato, sarà fucilato a Bologna l'8 maggio 1857.

 

Dopo la battaglia di Magenta del 4 giugno 1859, gli Austriaci sconfitti dai Franco-Piemontesi, richiamarono le truppe presenti nello Stato Pontificio ed il 12 giugno abbandonarono Bologna. Dopo 10 anni era finita la dominazione austriaca, ma il Governo Piemontese che sostituirà quello dello Stato Pontificio non migliorerà di molto le condizioni sociali. Bisognerà attendere alcuni decenni per vedere cambiamenti significativi.

 

Il brigantaggio del Passatore rimarrà nei racconti dei contadini che lo tramanderanno nelle stalle d'inverno alla luce fioca delle lanterne, favorendo il diffondersi di storie e leggende sul conto dell'uomo che si schierò dalla parte dei poveri derubando i ricchi.
Nacque così, anche grazie a poeti come Giovanni Pascoli ed a dispetto della realtà che lo descrive come uno spietato criminale, la figura leggendaria del "Passator Cortese".

 

La povera gente continuò per anni ancora a ritenere il brigantaggio l'unico paladino contro le ingiustizie fino a quando, dopo la seconda metà dell'Ottocento, troverà la possibilità di rivendicare i propri diritti attraverso i grandi movimenti popolari di massa socialisti, repubblicani, anarchici.

 

Stefano Pelloni venne sepolto in un campo sconsacrato all'esterno del recinto della Certosa di Bologna.

Forse qualcuno pensava che in questo modo sarebbe stato rapidamente dimenticato, ma il mito e le gesta del brigante scaltro ed imprendibile, che mise a segno tanti colpi con la sua banda, è arrivato fino a noi come parte integrante della coscienza collettiva ed importante tramite di comprensione del complesso sistema politico che in quel periodo dominava i nostri territori, definendone il tessuto sociale e condizionando le scelte di vita della popolazione.

 

Bibliografia, link ed altri documenti utili alla scrittura dell'articolo: