Internati Militari Italiani (IMI): la guerra dimenticata

Le collezioni private possono rappresentare un'enorme riserva di informazioni e spunti di riflessione storica. E' il caso di alcune cartoline della collezione privata di Fabio Neri, che ci parlano di uno degli argomenti forse più dimenticati della Seconda Guerra Mondiale: gli Internati Militari Italiani nei campi di prigionia nazisti.

 

Stalag 307Le cartoline in questione sono dirette ad alcune località delle nostre zone, come Argelato, Santa Maria in Duno, Bentivoglio, Casadio, tra il 1943 ed il 1944. Quello su cui mi soffermerò in questo articolo, però, non sono le identità dei soldati e dei loro congiunti, ma la storia che da questi documenti emerge.

 

Le tragiche vicende dei nostri militari italiani internati negli Oflag e negli Stalag del Terzo Reich iniziarono a seguito dell'Armistizio dell'8 settembre 1943, un patto con gli Alleati che il Governo Badoglio si dimostrò totalmente incapace di rispettare e che prevedeva in primis il coordinamento del nostro Esercito nel resistere e poi respingere le forze armate tedesche, che già dal luglio 1943, insospettite dalla destituzione e dall'arresto di Mussolini, erano sbarcate in Italia.

IMI Campo di prigionia Stalag VI AL'Armistizio venne dunque firmato in un clima di grande instabilità ed indecisione e quando ne venne annunciata alla radio la notizia, alla sorpresa ed al disorientamento italiani i tedeschi risposero mettendo in opera il piano Achse, che preveva l'occupazione del territorio italiano a nord di Roma, il disarmo del nostro esercito, la sostituzione del governo Badoglio con uno fascista, l'arresto del re e dei responsabili del "tradimento".
Ma il 9 settembre la famiglia reale, Badoglio, Acquarone, nonché i generali Ambrosio e Roatta, mentre già gli scontri imperversavano, abbandonarono la capitale diretti a Brindisi, rendendosi irreperibili.

Perciò, i nostri militari italiani, rimanendo invano in attesa di direttive, furono i primi ad andarci di mezzo. Vennero catturati e disarmati dalle truppe tedesche in Francia, Grecia, Jugoslavia, Albania, Polonia, Paesi Baltici, Russia e Italia stessa, caricati su carri bestiame ed avviati a una destinazione che non conoscevano: i lager del Terzo Reich in Germania, Austria, Polonia e Francia.

Una volta raggiunto il campo di prigionia dopo un viaggio in condizioni disumane, i soldati venivano schedati, perquisiti, fotografati ed immatricolati con un numero identificativo che avrebbe sostituito il loro nome e che sarebbe poi stato apposto su una piastrina di riconoscimento.

 

I prigionieri italiani nei lager furono 650.000. Il loro status ed il loro impiego nei campi di prigionia venne definito solo in seguito.

Il primo passo fu di proporgli di continuare a combattere a fianco dei tedeschi o dei fascisti della neonata Repubblica di Salò, ma la maggior parte di loro non accettò e si trovò ad accettarne le conseguenti sofferenze e privazioni.
Il passo successivo, per Hitler, fu di sottrarli alla Convenzione di Ginevra del 1929 (che stabiliva precise regole riguardo ai prigionieri di guerra) e di destinarli a forza lavoro per l'economia del Terzo Reich, in particolare per l'industria bellica, mineraria, alimentare e pesante. Più manodopera straniera aveva al suo servizio e più giovani tedeschi potevano essere sostituiti nelle fabbriche per combattere nel suo esercito.

Tutto questo accadeva dinanzi ad un Mussolini e ad una RSI totalmente asserviti ed incapaci di difendere i diritti dei propri militari.

 

Internati Mlitari Italiani - Stalag III DLe cartoline a mia disposizione provengono in particolare dallo Stalag 307 di Deblin, a 150 km da Varsavia, meglio conosciuto come la Fortezza della Morte, dallo Stalag VI/A 102 di Hemer, dallo Stalag III D di Berlino e dallo Stalag IV/A di Elsterhorst (oggi Nardt).

Gli ufficiali erano separati dalla truppa e campi appositi, rispettivamente Oflag e Stalag, erano destinati all'internamento degli uni e degli altri. Da tali campi principali dipendevano centinaia di piccoli Zweiglager e Arbeitzskommando.

 

Un problema comune sia a soldati che ad ufficiali fu quello alimentare: le razioni erano scarsissime e decrescevano progressivamente in rapporto all'aggravarsi della situazione bellica. La fame era un'esperienza diffusa e drammatica, soprattutto per quanti erano addetti ai lavori pesanti. Gli IMI non potevano inoltre accedere ai regolari pacchi viveri della Croce Rossa Internazionale, vennero esclusi dall'assistenza degli organi internazionali, affidati al Servizio Assistenza Internati (SAI) ed alla Croce Rossa Italiana Nord e nella quasi totalità dei casi non ricevettero alcun aiuto supplementare.
L'unica integrazione alimentare era rappresentata dai pacchi spediti dai familiari.

Infatti, nelle loro cartoline ai parenti, gli internati lamentavano la mancanza di grassi e chiedevano olio, pancetta, riso o altri cibi secchi.

Potevano ricevere 2 pacchi al mese, di 5 Kg ciascuno. Ma anche questo tipo di consegne furono tutt'altro che regolari e del resto la carenza del sistema postale anche sulla consegna di semplici lettere e cartoline e la mancanza di notizie da casa contribuì a peggiorare il morale di diversi internati.

 

Le trattative fra governo repubblicano italiano, governo tedesco ed istituzioni internazionali circa condizioni igienico-sanitarie, approvvigionamento di vestiario, rimpatrio di malati, mutilati, invalidi e personale anziano nonché l'assistenza agli ufficiali che avrebbero dovuto rimanere nei campi, andarono avanti a lungo.

Sul rimpatrio degli ammalati in particolare si sviluppò una vergognosa questione di stampo politico-propagandistico. Nel maggio-giugno del 1944 un primo treno ospedale riportò alcuni internati in Italia in condizioni di salute così gravi da spingere l'SS Obergruppenfϋrhrer Wolff, massima autorità della polizia e delle SS in Italia, a vietare ulteriori trasporti per evitare effetti negativi dal punto di vista propagandistico, decisione appoggiata da Mussolini stesso.

IMI - Campo di prigionia Stalag IV ANuovi rimpatri furono concessi solo dal gennaio del '45 agli inabili al lavoro e ad altri servizi, anche per patologie gravi, ma non ai moribondi o agli IMI recuperabili al lavoro.

 

Decine di migliaia di IMI (le stime parlano di 45 mila) persero la vita nel corso della prigionia per malattie, fame, stenti, uccisioni. Coloro che riuscirono a sopravvivere furono segnati per sempre.

 

Riflettendo ancora una volta sui documenti a disposizione, possiamo trarre un ulteriore insegnamento: i nostri soldati italiani furono traditi prima di tutto dal loro stesso governo, che non esitò a sacrificarne la salute e la vita per conservare un prestigio di facciata.

 

Una lunga linea di sangue e dolore lega la memoria di ciò che accadde in Italia a quella dei nostri militari internati nei campi di prigionia nazisti e queste cartoline ci consentono di allargare la nostra comprensione dei tragici eventi di quegli anni e del legame con luoghi che, anche se lontani, conservano un pezzo della nostra storia.

 

 

Bibliografia, links ed altri documenti utili alla scrittura dell'articolo:

 

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